Operazione "Bad cheque", dinanzi al gip gli arrestati respingono le accuse

Nuovi interrogatori nell'ambito dell'operazione denominata "Bad cheque" (letteralmente assegno scoperto) che ha sgominato una presunta associazione per delinquere finalizzata all'usura e all'estorsione, smascherata al termine di una lunga e complessa inchiesta coordinata dal sostituto procuratore della Dda Alessio Coccioli e condotta dal Nucleo di polizia tributaria della guardia di finanza, guidato dal colonnello Nicola De Santis

LECCE – Nuovi interrogatori nell’ambito dell’operazione denominata “Bad cheque” (letteralmente assegno scoperto) che ha sgominato una presunta associazione per delinquere finalizzata all'usura e all'estorsione, smascherata al termine di una lunga e complessa inchiesta coordinata dal sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia Alessio Coccioli e condotta dal Nucleo di polizia tributaria della guardia di finanza di Lecce (guidato dal colonnello Nicola De Santis). Dopo Roberto Giuri (assistito dall’avvocato Luigi Greco), che nei giorni scorsi ha raccontato al giudice di essere un semplice dipendente della finanziaria incriminata e di aver svolto un ruolo da impiegato, dinanzi al gip Giovanni Gallo sono comparsi per gli interrogatori di garanzia Carmine Minerba, 83 anni; il figlio Antonio; Aurora Pepe, 56enne di Aradeo (moglie di Antonio Minerba). Tutti ad oggi incensurati.

Gli arrestati, accusati di associazione per delinquere finalizzata all'usura e all'estorsione, hanno respinto i fatti contestati (datati nel tempo), spiegando di aver semplicemente svolto servizi di intermediazione finanziaria. I tre, appartenenti a un unico nucleo familiare, hanno sottolineato la liceità del loro svolto, confutando le accuse.

A dare avvio alle indagini è stata la denuncia di due presunte vittime che, strozzate dalle pressanti richieste di denaro, hanno rotto il muro del silenzio, trovando il coraggio di raccontare il loro calvario alle fiamme gialle. Le indagini condotte dal Gico della guardia di finanza, hanno evidenziato come i presunti componenti del gruppo criminale utilizzassero la società di intermediazione finanziaria (di cui sono soci all'80 per cento e dipendenti) per avvicinare gli imprenditori della zona in grave stato di bisogno e cui era negato l'accesso al credito da parte delle banche, proponendo finanziamenti a tassi di interesse elevatissimi, anche superiori al 140 per cento.

Prestiti concessi mediante il cosiddetto “sconto” di assegni post-datati e l'acquisizione di ulteriori garanzie come cambiali, assegni emessi da altre persone (amici e parenti che finivano per essere risucchiati nel vortice dell'usura o per perdere i risparmi di una vita), e beni immobili da rilevare come abitazioni o locali commerciali.

Un giro d'affari di milioni di euro, che dimostra come quello dell’usura sia un fenomeno endemico e sotterraneo a un territorio come quello salentino, che rischia di strangolare la piccola e media impresa e di ostacolare la crescita economica e lo sviluppo del commercio. Le indagini, condotte tra il 2008 e il 2012, hanno accertato molteplici episodi usurari commessi a danno di almeno otto vittime (originarie di Neviano, Nardò, Galatone, Gallipoli, Parabita e Galatina), determinando prestiti complessivi per oltre 4 milioni e 400mila euro.

Per chi non riusciva a pagare sarebbe iniziato un calvario fatto di minacce di di azioni esecutive sui titoli offerti in garanzia e sui beni, e vere e proprie richieste estorsive. Emblematico il caso di una donna, all'ottavo mese di gravidanza, maltratta e minacciata in malo modo.

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La guardia di finanza ha provveduto al sequestro preventivo di beni per circa 10 milioni di euro. Si tratta, in particolare, della società finanziaria, di tre locali commerciali, quattro appartamenti, cinque autovetture e diciotto conti correnti bancari o postali. Beni affidati all'amministrazione di un custode giudiziario.

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