Cronaca

Operazione "Baia Verde", in appello confermate quasi tutte le condanne

Sconto di pena solo per tre degli undici imputati. I giudici hanno confermato la sentenza di primo grado per Angelo Padovano

LECCE – Confermate in appello otto delle undici condanne inflitte con il rito abbreviato dalla cosiddetta operazione “Baia Verde”, condotta a luglio 2014 dai carabinieri del Ros di Lecce, e incentrata sulle presunte infiltrazioni del clan Padovano nelle attività del settore turistico, soprattutto attraverso il monopolio delle agenzie di security nelle discoteche e nei lidi balneari.

In abbreviato le pene più severe erano state per Angelo Padovano (figlio di Salvatore, l'ex boss assassinato a Gallipoli su ordine del fratello Rosario già condannato all'ergastolo) e Roberto Parlangeli, 38enne di Magliano, ritenuti dagli inquirenti i promotori della presunta organizzazione. Parlangeli e Padovano, assistiti dall’avvocato Ladislao Massari, sono stati condannati a undici anni e a 10 anni e sei mesi (a fronte di una richiesta di sedici). Otto anni la condanna per Gabriele Cardellini, 30enne di Gallipoli, per cui è stato revocato il sequestro dei beni. Cinque anni e otto mesi la pena inflitta a Giovanni Parlangeli; 4 anni e quattro mesi per Fabio Negro; 6 anni per Carmelo Natali; 3 anni per Alessio Fortunato e 3 anni e sei mesi per Sergio Palazzo.

Sconto di pena per Gabriele Pellè (da sei anni a 5 anni e otto mesi); per Fabio Pellegrino, 30enne di Galatone, 5 anni e cinque mesi; e Rosario Oltremarini, da 5 anni e quattro mesi a 3 anni e sei mesi.

Nel collegio difensivo gli avvocati Luigi e Alberto Corvaglia, Gabriele Valentini e Angelo Ninni.

Furono quindici le ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse dal gip Giovanni Gallo su richiesta della Dda di Lecce (l'inchiesta è stata coordinata dal procuratore aggiunto Antonio De Donno) ad altrettanti presunti appartenenti al clan Padovano (nome storico della Scu) e ad altri gruppi mafiosi della frangia salentina. Le indagini partirono da una rapina dalle modalità tanto cruente quanto anomale, quella messa a segno alla discoteca Praja di Gallipoli. Una rapina organizzata e commissionata per screditare e indebolire un'agenzia investigativa napoletana con un referente gallipolino, cui era affidata l'attività di security.

Un avvertimento cui sarebbero seguiti altri ben più concreti, come i colpi di pistola esplosi verso l'abitazione dei genitori del responsabile dell'agenzia. Messaggi intimidatori recepiti in maniera chiara dagli operatori economici della zona, che non hanno più rinnovato l'incarico all'agenzia. In un primo momento i clan, attraverso la figura di Roberto Parlangeli, cognato di Padovano e considerato dagli inquirenti elemento di spicco del clan Tornese. In quest'ottica di assoggettamento in clima di omertà, le organizzazioni criminali avrebbero cercato di utilizzare due agenzie proprie, la prima legata (secondo gli inquirenti) a Fabio Pellegrino (uno degli arrestati), poi abbandonata per questioni burocratiche, e una seconda facente capo a Luca Tomasi.

Il procuratore Cataldo Motta evidenziò, a margine della conferenza stampa, come attraverso i canoni classici dell'intimidazione mafiosa (intimidire per il solo fatto di esistere) i clan abbiano cercato di imporre il controllo sulle attività economiche. Una scalata criminale che ha visto piegarsi gli imprenditori, che hanno scelto di non denunciare i loro estorsori. La complessa ed efficace operazione dei Ros ristabilisce, proprio in quest'ottica, la legalità in un settore importante come il mercato del turismo estivo, ridando fiducia agli operatori.

Eclatante, sotto certi aspetti, il tentativo di subentrare nei servizi di gestione delle attività comunali, cercando di creare un clima intimidatorio anche nei confronti del sindaco. Un nuovo volto dunque, sempre più imprenditoriale ed economico, per i gruppi della Scu, che non risulta più dedita solo al traffico di sostanze stupefacenti. Non solo discoteche e lidi balneari (con i relativi parcheggi, fonti di enormi guadagni in contanti), ma interessi in tutte le attività commerciali anche nel capoluogo salentino).

L'operazione “Baia Verde” avrebbe inoltre dimostrato come alla guida dei clan vi sia ormai la seconda generazione delle famiglie della Scu, da sempre legate a vincoli di stretta parentela e di nepotismo. Gli arrestati sono accusati, a vario titolo, di associazione per delinquere di stampo mafioso, estorsione aggravata dal metodo mafioso e traffico di sostanze stupefacenti. Piuttosto singolare l'arresto di Gabriele Cardellini, pedinato e bloccato mentre girava per le vie del Salento con un’appariscente limousine bianca, trasformata all'interno in una sorta di discoteca mobile.

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