Domenica, 13 Giugno 2021
Cronaca

Operazione "Baia Verde", l'accusa chiede oltre un secolo di carcere per 15 imputati

Ammontano complessivamente a 116 anni di carcere le richieste di condanna formulate dal pubblico ministero Antonio De Donno nei giudizi con rito abbreviato scaturiti dalla cosiddetta operazione “Baia Verde”, condotta a luglio 2014 dai carabinieri del Ros di Lecce con i colleghi della compagnia di Gallipoli e incentrata sulle presunte infiltrazioni del clan Padovano

LECCE – Ammontano complessivamente a 116 anni di carcere le richieste di condanna formulate dal pubblico ministero Antonio De Donno nei giudizi con rito abbreviato scaturiti dalla cosiddetta operazione “Baia Verde”, condotta a luglio 2014 dai carabinieri del Ros di Lecce, al comando del colonnello Paolo Vincenzoni, con i colleghi della compagnia di Gallipoli (guidata dal capitano Michele Maselli), e incentrata sulle presunte infiltrazioni del clan Padovano nelle attività del settore turistico, soprattutto attraverso il monopolio delle agenzie di security nelle discoteche e nei lidi balneari.

Sedici anni la richiesta per Angelo Padovano (figlio di Salvatore, l'ex boss assassinato a Gallipoli su ordine del fratello Rosario già condannato all'ergastolo), assistito dagli avvocati Francesco Cazzato e Marcello Falcone (del Foro di Brindisi), ritenuto dagli inquirenti il promotore della presunta organizzazione e Roberto Parlangeli, 38enne di Magliano. Dodici anni per Giovanni Parlangeli e Gabriele Pellè; 10 anni per Fabio Pellegrino, 30enne di Galatone (assistito dall’avvocato Luigi Corvaglia) e Gabriele Cardellini, 30enne di Gallipoli, assistito dagli avvocati Mario Coppola e Giampiero Tramacere. Sette anni per Rosario Oltremarini e Luciano Gallo; 6 anni e sei mesi per Alessandro Oltremarini; sei anni per Luciano Nuccio e Fabio Negro; 5 anni per Carmelo Natali; 1 anno per Alessio Fortunato e Sergio Palazzo; 6 mesi per Antonio Manna.

In aula è stato sentito in videoconferenza, dalla località protetta in cui si trova, il neo collaboratore di giustizia Gioele Greco, che agli inquirenti avrebbe delineato le presunte attività criminali con i clan Padovano e Tornese (da sempre storici alleati). Greco era chiamato a riferire su una presunta estorsione consumata ai danni di un tabaccaio. Al gup Stefano Sernia ha spiegato di aver ricevuto mille euro per quell’estorsione, di aver scritto un biglietto minatorio e di non conoscere Fabio Pellegrino, personaggio a suo dire non inserito negli assetti criminali del clan Padovano.

Greco ha inoltre affermato di aver conosciuto Angelo Padovano nel corso di un altro episodio estorsivo. Conoscenza smentita in maniera netta dallo stesso imputato, collegato in videoconferenza da Ascoli. Il collaboratore ha poi ripercorso il suo rito di affiliazione a Roberto Nisi, avvenuto nella seconda sezione del carcere di Lecce, precisando che una vecchia amicizia lo legava al presunto boss.

Nel collegio difensivo gli avvocati Luigi e Alberto Corvaglia, David Alemanno, Gabriele Valentini, Stefano Ninni, Stefano Prontera, Biagio Palamà, Luigi Suez, Antonio Savoia e Pantaleo Cannoletta.

Furono quindici le ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse dal gip Giovanni Gallo su richiesta della Dda di Lecce (l'inchiesta è stata coordinata dal procuratore aggiunto Antonio De Donno) ad altrettanti presunti appartenenti al clan Padovano (nome storico della Scu) e ad altri gruppi mafiosi della frangia salentina. Le indagini partirono da una rapina dalle modalità tanto cruente quanto anomale, quella messa a segno alla discoteca Praja di Gallipoli. Una rapina organizzata e commissionata per screditare e indebolire un'agenzia investigativa napoletana con un referente gallipolino, cui era affidata l'attività di security.

Un avvertimento cui sarebbero seguiti altri ben più concreti, come i colpi di pistola esplosi verso l'abitazione dei genitori del responsabile dell'agenzia. Messaggi intimidatori recepiti in maniera chiara dagli operatori economici della zona, che non hanno più rinnovato l'incarico all'agenzia. In un primo momento i clan, attraverso la figura di Roberto Parlangeli, cognato di Padovano e considerato dagli inquirenti elemento di spicco del clan Tornese. In quest'ottica di assoggettamento in clima di omertà, le organizzazioni criminali avrebbero cercato di utilizzare due agenzie proprie, la prima legata (secondo gli inquirenti) a Fabio Pellegrino (uno degli arrestati), poi abbandonata per questioni burocratiche, e una seconda facente capo a Luca Tomasi.

Il procuratore Cataldo Motta evidenziò, a margine della conferenza stampa, come attraverso i canoni classici dell'intimidazione mafiosa (intimidire per il solo fatto di esistere) i clan abbiano cercato di imporre il controllo sulle attività economiche. Una scalata criminale che ha visto piegarsi gli imprenditori, che hanno scelto di non denunciare i loro estorsori. La complessa ed efficace operazione dei Ros ristabilisce, proprio in quest'ottica, la legalità in un settore importante come il mercato del turismo estivo, ridando fiducia agli operatori.

Eclatante, sotto certi aspetti, il tentativo di subentrare nei servizi di gestione delle attività comunali, cercando di creare un clima intimidatorio anche nei confronti del sindaco. Un nuovo volto dunque, sempre più imprenditoriale ed economico, per i gruppi della Scu, che non risulta più dedita solo al traffico di sostanze stupefacenti. Non solo discoteche e lidi balneari (con i relativi parcheggi, fonti di enormi guadagni in contanti), ma interessi in tutte le attività commerciali anche nel capoluogo salentino).

L'operazione “Baia Verde” avrebbe inoltre dimostrato come alla guida dei clan vi sia ormai la seconda generazione delle famiglie della Scu, da sempre legate a vincoli di stretta parentela e di nepotismo. Gli arrestati sono accusati, a vario titolo, di associazione per delinquere di stampo mafioso, estorsione aggravata dal metodo mafioso e traffico di sostanze stupefacenti. Piuttosto singolare l'arresto di Gabriele Cardellini, pedinato e bloccato mentre girava per le vie del Salento con un’appariscente limousine bianca, trasformata all'interno in una sorta di discoteca mobile.

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