Operazione "Clean game", chiuse le indagini: in 162 rischiano il giudizio

Si tratta della maxi inchiesta sui presunti illeciti legati al settore dei videogiochi. Numerosi i reati contestati

LECCE – Sono 162 gli avvisi di conclusione delle indagini preliminari notificati nell’ambito dell’operazione denominata “Clean game”. Si tratta, in particolare, dei nomi di gestori di esercizi e attività commerciali, già destinatari del decreto di sequestro disposto del pubblico ministero Carmen Ruggiero, che ha portato a numerosi sequestri. “Nell'attività di indagine fino ad ora compiuta è emerso – si legge nelle carte dell’inchiesta – che presso esercizi pubblici nella disponibilità degli indagati risultano installati dispositivi elettronici denominati totem attraverso i quali mediante collegamento alla rete Internet, è possibile accedere a giochi illeciti, i quali sono prodotti dalla Somec srl e distribuiti dalla Sio srl mediante le imprese riconducibili ai fratelli De Lorenzis anche per interposta persona; nonché gli apparecchi da divertimento riproducenti, mediante alterazione delle componenti hardware e software, il gioco del videopoker e altri giochi illegali”. L’ipotesi di reato contestata è di esercizio del gioco d’azzardo.

Ai nomi di questi 135 indagati si aggiungono ai 27 destinatari di un’ordinanza di custodia cautelare (19 in carcere e 8 ai domiciliari) emessa dal gip Antonia Martalò. In questo caso i reati contestati a vario titolo sono di associazione per delinquere di tipo mafioso, truffa ai danni dello Stato, frode informatica, esercizio di giochi d’azzardo, ed esercizio abusivo di giochi e scommesse aggravati dal metodo mafioso. Gli altri reati contestati sono illecita concorrenza con minaccia o violenza, trasferimento fraudolento di valori, corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio e associazione per delinquere. Al vertice del gruppo, secondo il pubblico ministero Carmen Ruggiero, i fratelli De Lorenzis, imprenditori di Racale specializzati nel noleggio dei videogiochi. I quattro avrebbero tirato su una sorta di associazione per delinquere, del tutto autonoma.

Svincolato dagli storici e vicini clan della Sacra corona unita, come i Troisi di Casarano, e i Padovano di Gallipoli, quello dei De Lorenzis sarebbe secondo l’ipotesi accusatoria un nuovo gruppo che si sarebbe imposto nell’area dell’hinterland casaranese. Oltre all’alterazione dei loro dispositivi, i componenti dell’organizzazione avrebbero imposto, secondo le indagini condotte dai finanzieri del Nucleo di polizia tributaria guidato dal colonnello Nicola De Santis, agli esercenti locali i propri apparecchi.

Alle intimidazioni in perfetto stile mafioso si sarebbe aggiunto il raggiro ai danni dei giocatori, persino con il laissez-faire di un funzionario dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli, Dario Panico, che si sarebbe prestato alla manomissione delle slot machine. Nonostante quegli apparecchi fossero collegati alla rete telematica dell’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato, sarebbero stati sistematicamente alterati, in modo da trasmettere solo parzialmente i dati relativi alle giocate. Sottraendo, in questo modo, il denaro all’imposizione tributaria del fisco.

A marzo scorso, però, il Tribunale del Riesame ha accolto il ricorso presentato dai legali di De Lorenzis, ritenendo che non possa essere contestato il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, giudizio poi confermato in Cassazione.

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