Operazione Coltura: intrecci tra mafia e politica, in 22 scelgono rito alternativo

Rinvio a giudizio per l'ex vicesindaco di Parabita, Giuseppe Provenzano, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa

LECCE – Sono 22 le richieste di giudizio abbreviato formulate nell’ambito della maxi operazione ribattezzata “Coltura”, come la Madonna di Parabita, condotta dai carabinieri. Furono ventidue gli arresti eseguiti (venti in carcere) nei confronti altrettanti indagati per associazione mafiosa, concorso esterno in associazione mafiosa, associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, estorsione, detenzione illegale di armi, corruzione e altri delitti aggravati dalle finalità mafiose. Al centro delle indagini dei carabinieri del Ros il clan “Giannelli”, storico sodalizio mafioso della Sacra corona unita legato indissolubilmente al boss ergastolano Luigi Giannelli (non coinvolto nell’operazione odierna).

Si tratta in particolare di Marco Antonio Giannnelli, 31 anni; Pasquale Aluisi, 53 anni, di Parabita; Vincenzo Costa, 52, di Matino; Fernando Cataldi, 26 anni, di Collepasso; Cristiano Cera, 25, di Ugento; Vincenzo Costa, 52, di Matino; Claudio Donadei, 43, di Parabita; Leonardo Donadei, 50, di Parabita; Antonio Fattizzo, 38, di Parabita; Antonio Luigi Fattizzo, 20, di Parabita; Federico Fracasso, 30, di Parabita; Adriano Giannelli, 40, di Parabita; l'albanese Besar Kurtalija, 29 anni, di Parabita; Donato Mercuri, 52, di Parabita; Fernando Mercuri, 53, di Parabita (per lui abbreviato condizionato); Orazio Mercuri, 46, di Parabita; Cosimo Paglialonga, 61, di Collepasso; Giovanni Picciolo, 34, di Collepasso; Alessandro Prete, 35, di Casarano; Marco Seclì, 31, di Parabita; l'albanese Matteo Toma, 37, di Parabita; Mauro Ungaro, 33, di Taurisano.

Sarà discussa a dibattimento, invece, la posizione dell’ex vicesindaco di Parabita, Giuseppe Provenzano, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa per aver fornito significativi contributi (soprattutto economici) al sodalizio e assicurato il proprio interessamento al fine di garantirsi il supporto del clan nelle elezioni amministrative del maggio 2015. Un “santo in paradiso”, come lo stesso Provenzano si sarebbe definito in alcune intercettazioni, capace dia assicurare (secondo la Procura) assunzioni e interessi in appalti. L’imputato è assistito dall’avvocato Luigi Corvaglia.

Richiesta di patteggiamento a due mesi e venti giorni per Saimir Sejdini, 25enne residente a Taviano, assistito dall’avvocato Stefano Stefanelli. Il penalista ha già ottenuto il parere favorevole del pubblico ministero. La posizione del suo assistito sarà discussa nell’udienza del 13 luglio.

Nella lunga e peculiare attività d’indagine il Ros ha documentato il presunto processo di riorganizzazione interna del clan e la reggenza assunta dal figlio del boss, Marco Antonio Giannnelli, 31 anni, assistito dall’avvocato Luca Laterza. L’indagine si è avvalsa anche delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Massimo Donadei (arrestati anche due suoi parenti), 35enne di Parabita. L’attività investigativa, basata anche su intercettazioni telefoniche e ambientali, appostamenti e riscontri di natura tecnica e patrimoniale, ha permesso di documentare la scalata di Marco Antonio Giannelli ai vertici del clan. Già negli anni scorsi il procuratore Cataldo Motta aveva indicato il 31enne come uno dei nomi emergenti della "seconda generazione" della Scu.

In particolare, le indagini hanno accertato il dinamismo del sodalizio nel traffico di sostanze stupefacenti e nelle attività estorsive ai danni di imprenditori locali, nonché’ la capacità di instaurare rapporti collusivi con pubblici amministratori e di condizionarne l’attività in cambio del sostegno elettorale. Il clan, operante principalmente nelle zone di Parabita, Matino (qui il referente era Vincenzo Costa) e Collepasso (zona di competenza di Cosimo Paglialonga), cercava di penetrare nel tessuto economico del territorio, attraverso il coinvolgimento o l’intimidazione degli imprenditori. Tra gli imputati anche Pasquale Aluisi (assistito agli avvocati Mariangela Calò ed Elvia Belmonte), titolare dell’omonima agenzia funebre, che avrebbe garantito un versamento periodico di somme di denaro nelle casse del sodalizio e la cessione di crediti. Il tutto per garantirsi un regime di sostanziale monopolio nel settore di interesse, facendo ricorso al clan per allontanare le imprese concorrenti attraverso le intimidazioni. Il sistema intimidatorio, tipico delle associazioni mafiose, è stato documentato dai carabinieri. Un sistema a 360 gradi, utilizzato anche contro i familiari del collaboratore di giustizia Massimo Donadei e don Angelo Corvo parroco della chiesa San Giovanni Battista di Parabita, colpevole di aver rilasciato alcune interviste nelle quali aveva espresso il desiderio che fossero assicurati alla giustizia gli autori del duplice omicidio di Paola Rizzello e Angelica Pirtoli.

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