Operazione Diarchia, dinanzi al gip Montedoro: "Non conosco gli arrestati"

Il 41enne, ritenuto a capo dell'omonimo clan, è stato sentito dal giudice di La Spezia per rogatoria per l'udienza di convalida

LECCE – E’ comparso questa mattina, dinanzi al gip del Tribunale di La Spezia (per rogatoria visto che lì si trovava al momento dell’arresto) Tommaso Montedoro, ritenuto dalla Dda di Lecce a capo di un presunto sodalizio mafioso, operante a Casarano e nei comuni limitrofi. A Montedoro, assistito dall’avvocato Mario Coppola, sono contestati l’associazione mafiosa, il tentato omicidio aggravato e l’associazione per delinquere finalizzata allo spaccio di sostanze stupefacenti. Il 41enne è uno dei 14 destinatari del fermo eseguito martedì notte dai carabinieri del comando provinciale di Lecce al termine di una lunga e complessa indagine avviata dopo i fatti di sangue avvenuti a Casarano tra ottobre e novembre.

Un interrogatorio durato poche battute, giusto il tempo di rilasciare alcune spontanee dichiarazioni in cui Montedoro ha respinto le accuse e spiegato di non conoscere gran parte delle persone arrestate nel blitz. Poi, si è avvalso della facoltà di non rispondere. Nelle prossime ore il giudice deciderà se convalidare il fermo e la misura cautelare in carcere.

Tommaso Montedoro è, come detto, ritenuto a capo del gruppo, presunto mandante del tentato omicidio di Luigi Spennato (il 41enne di Casarano gravemente ferito a colpi di pistola e kalashnikov il 28 novembre scorso) e in grado di gestire, nonostante gli arresti domiciliari in Liguria, gli affari e i movimenti del clan, fino a progettare (secondo quanto ipotizzato dai carabinieri) un nuovo omicidio, quello di Ivan Caraccio, reo di avere tradito la fiducia del gruppo.

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Ritenuto dagli inquirenti una figura di spicco della Sacra corona unita, luogotenente del boss Vito Di Emidio (alias Bullone), Montedoro fu arrestato dai carabinieri nel febbraio del 2006 dopo quasi un anno e mezzo di latitanza, al termine di uno spericolato inseguimento lungo le strade di Corigliano  d’Otranto con la sua potentissima Golf, con cui speronò l’auto civetta dei carabinieri del Nucleo investigativo. Un’auto modificata con lastre a protezione dei sedili e un congegno per versare lubrificante sul manto stradale. Nel marzo 2015 è stato condannato a 14 anni di reclusione al termine del giudizio abbreviato scaturito dall’operazione “Tam Tam”. Su di lui pende, dopo un lunghissimo iter giudiziario e una lunga serie di processi, una condanna per l’omicidio di Rosario De Salve, il macellaio di Matino assassinato l’11 marzo del 1998.

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