"Operazione Maciste2", dopo 25 anni tre ergastoli per due omicidi di mafia

Due delitti che riaffiorano dagli abissi del tempo, capitoli di un romanzo criminale che ha insanguinato le strade del Salento. Si tratta degli omicidi di Luigi Scalinci e di Valerio Colazzo, commessi nel 1989. Condannati all'ergastolo Gianni De Tommasi, Antonio Calabrese e Ciro Bruno

LECCE – Due delitti che riaffiorano dagli abissi del tempo, capitoli di un romanzo criminale che ha insanguinato le strade del Salento. Quelli di Luigi Scalinci assassinato il 19 gennaio del lontano 1989, e quello di Valerio Colazzo, avvenuto a Campi Salentina il 3 settembre del 1989, sono due omicidi che a distanza di oltre venticinque anni non hanno ancora visto la parola fine negli uffici giudiziari. Entrambi rientrano nella cosiddetta operazione “Maciste 2”, coordinata dal sostituto procuratore della Dda di Lecce Guglielmo Cataldi, e incentrata sui principali capi storici della frangia leccese della Sacra Corona Unita e su gli omicidi scaturiti nella lotta per l’egemonia criminale nella faida tra i clan di Lecce-Campi e Surbo.

Si tratta della prima fase dell’epopea della Scu salentina, quella dell’affermazione sul territorio con l’eliminazione dei rivali. Negli anni successivi i clan avrebbero iniziato una lotta sanguinosa per il controllo della provincia e dei traffici illeciti, lastricando di sangue e di morte le strade del Salento. Sullo sfondo la lotta per il traffico degli stupefacenti, vendette, spaccature all'interno delle organizzazioni e il passaggio a quelle “nemiche”. La cosiddetta “operazione Maciste”, il 9 settembre del 2009 portò all’arresto, nell’ambito di una vasta operazione condotta dalla Squadra mobile e dai carabinieri del Ros di Lecce (a guidare le indagini furono gli ufficiali dei Ros Fabio Bottino e Marco Ancora; e i dirigenti della Squadra mobile Annino Gargano ed Emilio Pellerano), di 38 presunti esponenti della frangia leccese della Sacra corona unita. Dieci complessivamente gli indagati di questa costola di una delle pietre miliari della lotta alla quarta mafia pugliese, con alcuni degli esponenti storici e dei capi indiscussi della Scu

Quello di Luigi Scalinci è uno dei casi di “lupara bianca” della Scu. Il corpo dell’uomo, infatti, scomparso all’età di 47 anni, non è mai stato ritrovato. Fu il collaboratore di giustizia Dario Toma, nel 2001, a parlare agli inquirenti della morte di Scalinci e a condurli nei pressi di una villa sulla strada che da Campi Salentina conduce a Cellino San Marco dove, secondo il “pentito”, fu sepolto, a una profondità di circa due metri, il cadavere dell’uomo. In quel luogo, però, non fu trovata alcuna traccia, forse perché nel corso degli anni lo stato dei luoghi dove fu scavata la fossa è stato completamente stravolto, oppure, dopo la scelta di Toma di collaborare, qualcuno potrebbe aver fatto sparire i resti e le prove dell’agguato. Per l’omicidio Scalinci i giudice della Corte d’assise di Lecce (presieduta da Roberto Tanisi) hanno condannato all’ergastolo Gianni De Tommasi, nome storico della Scu e “capo bastone” di Campi Salentina, e Domenico Antonio Calabrese, 49enne di Campi Salentina assistito dagli avvocati Tommaso Stefanizzo e Angelo Pallara.

Per l’omicidio Colazzo i giudici hanno condannato all’ergastolo Gianni De Tommasi, 55 anni, e Ciro Bruno, 55ene di Grottaglie, assistito dagli avvocati Vito Epifani e Cosimo Lodesterto. Nell’agguato rimase ferita anche la fidanzata della vittima, Cristina Fema, che si trovava in auto con Colazzo. Per quel tentato omicidio, però, è stata dichiarata la prescrizione. Prescritto anche il tentato omicidio di Antonio Palazzo, avvenuto il 22 agosto del 1989 a Campi, per il quale erano imputati sempre Bruno e De Tommasi.

Condanna a 18 anni, invece, per Paolo Tomasi, assistito dall’avvocato Michele Palazzo, accusato del tentato di omicidio di Francesco Polito e di Sergio Notaro, avvenuto il 28 luglio del 2000 a Squinzano. Polito era già scampato a un altro agguato il 13 agosto del 1989 a Campi e ormai prescritto. Per il secondo agguato sono state le dichiarazioni di Toma, seppur piuttosto confuse e imprecise (anche nella collocazione temporale tra marzo e dicembre) a portare all’incriminazione di Tomasi (ritenuto uno dei killer più efficaci e spietati del clan Toma-Cerfeda), che avrebbe fatto fuoco con un Kalashnikov. Dario Toma era l’ex braccio destro di De Tommasi. I due furono arrestati per la prima volta nel dicembre del 1989, in una villa alla periferia di Gallipoli. Nel 2001, pochi mesi dopo l’ultimo arresto, Toma scelse di collaborare, fino a firmare una lunghe serie di deposizioni di fronte al pubblico ministero Giuseppe Capoccia.

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Assolto Angelo Tornese, altro nome storico della Scu, ritenuto a capo dell’omonimo clan di Monteroni, imputato per il tentato omicidio di Pietro Leo, avvenuto il 24 ottobre del 1989 e ormai prescritto. La prescrizione, come negli altri casi, scaturisce dal fatto che non è stata contestata l’aggravante del metodo mafioso, entrata in vigore nel 1991. 

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