Operazione "Network", l'accusa chiede per gli imputati oltre due secoli di carcere

Ammontano a oltre due secoli di carcere le richieste di condanna per gli imputati che hanno scelto il giudizio abbreviato nell'ambito dell'operazione denominata "Network", che ha portato ad un blitz congiunto, al termine di due filoni di indagine condotte dai carabinieri del Ros e dalla Squadra mobile

LECCE – Ammontano a oltre due secoli di carcere le richieste di condanna per gli imputati che hanno scelto il giudizio abbreviato nell’ambito dell’operazione denominata “Network”, che ha portato ad un blitz congiunto, al termine di due filoni di indagine condotte dai carabinieri del Ros e dalla Squadra mobile della questura leccese. Denominata “Alta marea” la prima, condotta dal mese di agosto del 2012, fino  a maggio 2013, e “Terra d’Acaia”, da aprile 2010 al mese di settembre del 2011, la seconda, le due attività sono confluite in un’unica operazione. Una “rete” che non si riferisce esclusivamente alla collaborazione fra forze dell’ordine, bensì a quella sorta di holding criminale creata dagli indagati, appartenenti in alcuni casi a vari gruppi mafiosi della frangia leccese della Sacra corona unita.

Sei anni la richiesta di condanna per Federico Amaranto, 12 per Alessandro Antonucci; 10 per Massimiliano Apollonio; 5 per Angelo Belfiume; 5 per Pasquale Briganti; 12 per Egidio Buttazzo; 6 per Maurizio Calogiuri; 10 mesi per Eugenio e Rocco Campa; 3 anni e mezzo per Andrea Capirola; 16 anni (in continuazione con un altro processo) più 10 per Tonino Caricato; 12 per Mauro Cucurachi; 7 per Graziano De Fabrizio; 9 per Bruno De Matteis; 7 per Daniele De Matteis; 6 anni per Leo De Matteis; 8 per Roberto Mirko De Matteis;  2 per Maurizio Di Nunzio; 8 per Anna Oriana Durante; 1 per Andrea Fasiello; 14 per Luca Giannone; 9 per Gioele Greco; 12 per Mario Greco; 28 (complessivamente in continuazione con un altro processo) per Andrea Leo; 29 (complessivamente in continuazione con un altro processo) per Gregorio Leo; 4 anni e mezzo per il collaboratore Giuseppe Manna; 8 per Antonio Pantaleo Mazzeo; 7 per Cristian Micelli; 3 per Veronica Murrone; 6 per Federico Perrone; 12 per Giuseppe Potenza; 2 per Rossello Quarta; 14 per Mirko Ricciato; 7 anni e mezzo per Walter Ricciuti; 24 (complessivamente in continuazione con un altro processo) per Luigi Santoro; 12 per Emiliano Sulka; 8 per Andrea Terrazzi; un anno e mezzo per Luca Tundo. Tra i difensori gli avvocati Benedetto Scippa, Elvia Belmonte, Francesca Conte, Luigi e Roberto Rella.

Chiesta l’assoluzione, invece, per Alessandro Greco e Francesco Mungelli, assistiti dagli avvocati Giancarlo Dei Lazzaretti e Pantaleo Cannoletta. Nei loro confronti, accogliendo l’istanza dei difensori, la Cassazione aveva annullato l’ordinanza di custodia cautelare. Il Riesame ne aveva poi disposto la scarcerazione.

Tra le figure chiave dell’inchiesta, oltre i vari i vari Leo, Nisi, Briganti e De Matteis, anche la Ingrosso. Secondo le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Alessandro Verardi, la 34enne avrebbe avuto un ruolo importante all’interno del gruppo, elaborando strategie e decisioni autonome. Un ruolo confermato da un carteggio tra i due, le cui missive sono poi state consegnate da Verardi agli inquirenti. Fondamentali, nel corso delle indagini, si sono rivelate le intercettazioni telefoniche e ambientali ai danni dello stesso Leo, che ha così svelato strategie e interessi dei gruppi criminali. In silenzio sono rimaste anche le atre figure chiave dell’operazione: La prossima settimana saranno sentiti i sette destinatari della misura degli arresti domiciliari.

L’indagine è una sorta di continuum con le precedenti attività, anche recenti, che hanno infiacchito i gruppi criminali dediti all’estorsione dei titolari di stabilimenti balneari nel basso Ionio. Soltanto lo scorso 18 febbraio, infatti, nel blitz denominato “Tam tam”, furono fermati in 15. Le indagini, in quell’occasione, portarono alla luce di un sodalizio che dalla zona di Ugento, muoveva verso il clan “Vernel” dei fratelli Leo di Vernole.

Il gruppo (nei confronti di molti degli indagati è stata eseguita un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal gip di Lecce, Alcide Maritati, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia di Lecce) è ritenuto responsabile, a vario titolo, di associazione mafiosa”, associazione finalizzata al traffico ed allo spaccio di sostanze stupefacenti, spaccio di  droga, calunnia, favoreggiamento personale, rapina, estorsione, ricettazione, danneggiamento seguito da incendio, illecita concorrenza con minaccia e violenza, porto e detenzione illegale di armi, tutti aggravati dalle modalità e finalità mafiose.

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I principali locali sul litorale tra Torre Specchia e San Foca – tra cui i lidi “Caciulara”, “Punta Arenas”, “San Basilio”, “Mediterraneo” e “Kale Cora”, erano tenuti a versare il pagamento del 25 per cento sui ricavi, oltre a concedere l’esclusiva sulla gestione dei parcheggi delle zone circostanti. E non è tutto. Attività di guardiania e  servizi di vigilanza non erano lasciati al libero arbitrio, ma imposti. Una zona, quella, balzata agli onori delle cronache anche per una serie di incendi di natura dolosa, che si verificarono sia nella stagione stiva del 2012, sia in quella dell'anno scorso, ai danni di autovetture e locali.

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