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Cronaca

Operazione Network, la maggior parte degli imputati sceglie il giudizio abbreviato

Una quarantina di richieste di giudizio abbreviato, due richieste di patteggiamento e sei rinvii a giudizio. E' questo il verdetto dell'udienza preliminare scaturita dall'operazione denominata "Network", condotta dai carabinieri del Ros e dalla Squadra mobile di Lecce

LECCE – Una quarantina di richieste di giudizio abbreviato, due richieste di patteggiamento e sei rinvii a giudizio. E’ questo il verdetto dell’udienza preliminare scaturita dall’operazione denominata “Network”, che ha portato ad un blitz congiunto, al termine di due filoni di indagine condotte dai carabinieri del Ros, il Reparto operativo speciale dell'Arma, e dalla Squadra mobile della questura leccese. Denominata “Alta marea” la prima,  condotta dal mese di agosto del 2012, fino  a maggio 2013, e “Terra d’Acaia”, da aprile 2010 al mese di settembre del 2011, la seconda, le due attività sono confluite in un’unica operazione. Una “rete” che non si riferisce esclusivamente alla collaborazione fra forze dell’ordine, bensì a quella sorta di holding criminale creata dagli indagati, appartenenti in alcuni casi a vari gruppi mafiosi della frangia leccese della Sacra corona unita. La posizione di Gioele Greco, assistito dall’avvocato Benedetto Scippa, è stata stralciata per motivi di salute dell’imputato e sarà discussa nella prossima udienza.

Tra le figure chiave dell’inchiesta, oltre i vari i vari Leo, Nisi, Briganti e De Matteis, anche la Ingrosso. Secondo le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Alessandro Verardi, la 34enne avrebbe avuto un ruolo importante all’interno del gruppo, elaborando strategie e decisioni autonome. Un ruolo confermato da uno carteggio tra i due, le cui missive sono poi state consegnate da Verardi agli inquirenti. Fondamentali, nel corso delle indagini, si sono rivelate le intercettazioni telefoniche e ambientali ai danni dello stesso Leo, che ha così svelato strategie e interessi dei gruppi criminali. In silenzio sono rimaste anche le atre figure chiave dell’operazione: La prossima settimana saranno sentiti i sette destinatari della misura degli arresti domiciliari.

L’indagine è una sorta di continuum con le precedenti attività, anche recenti, che hanno infiacchito i gruppi criminali dediti all’estorsione dei titolari di stabilimenti balneari nel basso Ionio. Soltanto lo scorso 18 febbraio, infatti, nel blitz denominato “Tam tam”, furono fermati in 15. Le indagini, in quell’occasione, portarono alla luce di un sodalizio che dalla zona di Ugento, muoveva verso il clan “Vernel” dei fratelli Leo di Vernole.

Il gruppo (nei confronti di molti degli indagati è stata eseguita un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal gip di Lecce, Alcide Maritati, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia di Lecc) è ritenuto responsabile, a vario titolo, di associazione mafiosa”, associazione finalizzata al traffico ed allo spaccio di sostanze stupefacenti, spaccio di  droga, calunnia, favoreggiamento personale, rapina, estorsione, ricettazione, danneggiamento seguito da incendio, illecita concorrenza con minaccia e violenza, porto e detenzione illegale di armi, tutti aggravati dalle modalità e finalità mafiose.

I principali locali sul litorale tra Torre Specchia e San Foca – tra cui i lidi “Caciulara”, “Punta Arenas”, “San Basilio”, “Mediterraneo” e “Kale Cora”, il cui proprietario è stato accusato di favoreggiamento – erano tenuti a versare il pagamento del 25 per cento sui ricavi, oltre a concedere l’esclusiva sulla gestione dei parcheggi delle zone circostanti. E non è tutto. Attività di guardiania  e  servizi di vigilanza non erano lasciati al libero arbitrio, ma imposti. Una zona, quella, balzata agli onori delle cronache anche per una serie di incendi di natura dolosa, che si verificarono sia nella stagione stiva del 2012, sia in quella dell'anno scorso, ai danni di autovetture e locali.

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