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Operazione "Omega", il Riesame annulla la misura anche per il latitante

Il 33enne Gennaro Hajdari (alias Tony Montenegro), sfuggito al blitz del 12 dicembre scorso, è di nuovo un uomo libero

LECCE – In carcere in realtà non c’è mai andato, poiché latitante dal 12 dicembre scorso, dopo essere sfuggito al blitz dell’operazione denominata “Omega”, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Lecce e condotta dai carabinieri del comando provinciale di Brindisi. Da oggi, però, è di nuovo un uomo libero. Il Tribunale del Riesame ha annullato l’ordinanza di custodia cautelare nei confronti del 33enne Gennaro Hajdari (alias Tony Montenegro), di etnia Rom, nato a Palermo ma residente nel “Campo Panareo” a Lecce. I giudici hanno accolto l’istanza del suo legale, l’avvocato Antonio Savoia.

Quello di Hajdari è un nome assai noto alle cronache locali, criminale a “tutto tondo”, arrestato nel settembre del 2013 perché ritenuto il presunto capo di una banda specializzata nei furti in abitazione. Nel giugno del 2015 la condanna a sette anni per sfruttamento della prostituzione, tentata estorsione e lesioni.

Di lui aveva parlato, nelle dichiarazioni rilasciate lo scorso 22 maggio dinanzi agli uomini delle Squadra mobile di Lecce, il collaboratore di giustizia Gioele Greco: “Tutte le armi che io e Daniele De Matteis avevamo a disposizione ce le forniva tale Gennaro detto “Tony”, un montenegrino che vive al campo nomadi Panareo sulla via per Campi. Queste armi le pagavamo co soldi contanti oppure con sostanze stupefacenti del tipo cocaina o marijuana. Lo scambio armi/droga avveniva all’interno del campo nomadi ed eravamo io e Daniele a effettuarli. Il Tony incaricava alcuni ragazzini che vivono all’interno del Campo i quali si recavano in una vicina discarica dove prelevavano le stesse. Il Tony mi riferì che quelle armi le faceva giungere dal Montenegro occultate all’interno dei serbatoi di combustibile delle macchine”.

Personaggio quasi letterario, sangue gitano nelle vene, metà criminale e metà imprenditore, testa rasata, tatuaggi, cicatrici, catenone d’oro e macchine sportive, Hajdari avrebbe rifornito di armi anche la criminalità brindisina, con buona pace di quella locale. Perché, come scrivono i carabinieri, “emerge la volontà di operare in armonia senza giungere a scontri ma cercando di collaborare nonché il ritorno del rito di affiliazione”. Quella pax mafiosa di cui più volta ha parlato il procuratore Motta. Una strategia spazzata dalle inchieste della magistratura e dalle rivelazioni dei sempre più numerosi “pentiti”, ben sedici quelli coinvolti in quest’ultima operazione, tra cui alcuni nomi storici della Scu “mesagnese”. 

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