Cronaca

Operazione "Serpe", i retroscena delle indagini: gli arresti nell'aprile del 2015

Due degli arrestati vengono fermati a bordo di un'auto con una pistola. Non sanno che la vettura è piena di microspie

LECCE – C’è una data precisa che segna la svolta nelle indagini della cosiddetta operazione “Serpe”. La mattina del 18 aprile 2015, una Lancia Y procede a velocità sostenuta lungo la strada che conduce verso la marina di Sant’Isidoro. A bordo ci sono tre ragazzi: Giovanni Savina, di 19 anni, Gianmarco Calcagnile, 27enne, (arrestati all’alba di oggi) e il romeno 19enne Costica Brinzoi, tutti residenti a Copertino. I tre ignorano che nell'auto (intestata a un'altra persona) sono state piazzate delle microspie e un gps che consente di seguirne gli spostamenti.

Ignorando di essere intercettati, parlano di una rapina da mettere a segno nel pomeriggio. Un progetto che rimarrà tale. L’auto, infatti, è intercettata dai carabinieri della tenenza di Copertino. La successiva perquisizione consente di recuperare una pistola nascosta in un vano realizzato sotto il sedile del lato passeggero. Un’arma semiautomatica di costruzione cecoslovacca, calibro 9 parabellum, con matricola abrasa, il colpo in canna e dieci proiettili nel caricatore (circostanza che comunque ne rileva la pericolosità). Il terzetto viene arrestato per detenzione e porto d'arma in luogo pubblico, detenzione e porto di arma clandestina, ricettazione della stessa arma e tentata rapina. Il reato , contestato agli arrestati soprattutto sulla base delle intercettazioni, non trova riscontro né da parte del gip già in sede di convalida del fermo, né da parte del Tribunale del riesame. A novembre i tre, assistiti dall'avvocato Daniele Scala, patteggiano una condanna a due anni e quattro mesi di reclusione. L’accusa di tentata rapina cade definitivamente.

Le indagini, di fatto, si interrompono in quella mattina d’aprile, anche se il fascicolo con la richiesta di misura cautelare approda poi sulla scrivania del gip solo agli inizi del mese. Il giudice non ha ritenuto che vi fossero elementi idonei a sostenere l’accusa di associazione per delinquere. Gli indagati avrebbero, all’occorrenza, formato i componenti per gli assalti, spinti dalla necessità di reperire denaro. Dalle intercettazioni emerge come alcuni degli indagati cercassero, per acquisire prestigio, di darsi l’area da boss. Martedì inizieranno gli interrogatori di garanzia. 

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