Cronaca

Operazione "Shylock" atto terzo: sentenze confermate anche in Cassazione

I giudici della Suprema Corte hanno confermato le condanne del processo di secondo grado scaturito dalla denuncia di una delle vittime

LECCE – La seconda sezione della Corte di Cassazione ha confermato la sentenza del processo d’appello scaturito dalla cosiddetta operazione "Shylock". Il verdetto riguarda, in particolare, di Luigi Cinquepalmi, 59enne di Trepuzzi, condannato a 4 anni e mezzo; 7 anni per Andrea Lacirignola, 37enne di Campi Salentina; 4 anni per Orlando Margiotta, 75enne di Trepuzzi; 3 anni e mezzo per Fernando Persano, 57enne di Surbo; 3 anni e otto mesi per Graziano Rollo, 35enne di Trepuzzi; e 1 anno e mezzo per Salvatore Perrone, 75enne di Trepuzzi.

L'operazione, il cui nome ricorda il più celebre degli usurai, quello creato dalla penna di William Shakespeare ne "Il mercante di Venezia", fu condotta dai carabinieri del Comando provinciale di Lecce e portò a smantellare un'associazione per delinquere finalizzata all'usura, all'estorsione, all'esercizio abusivo di attività finanziaria ed al riciclaggio. Diciannove furono gli arresti eseguiti sulla base dell'ordinanza di custodia cautelare emessa dal giudice delle indagini preliminari del Tribunale di Lecce, Maurizio Saso.

A dare avvio alle indagini, nel febbraio del 2009, la denuncia di un imprenditore di Trepuzzi operante nel settore della vendita di apparecchiature e delle consulenze in ambito informatico, che ha poi avuto accesso al fondo anti usura. L'inchiesta, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Lecce, dalll’allora procuratore Cataldo Motta e dal sostituto Alessio Coccioli, ha portato alla scoperta, attraverso l'ausilio di intercettazioni telefoniche, indagini bancarie e consulenze di natura finanziaria, dell'esistenza di sei canali usurari, con collegamenti con personaggi vicini alla Sacra corona unita. Una decina in tutto le vittime accertate delle quali solo quattro hanno denunciato.

Tra i sistemi maggiormente utilizzati quello del cambio assegno post-datato, che faceva schizzare gli interessi al 120 per cento annui e, in alcuni casi, addirittura al 300. Le vittime, imprenditori alle prese con la crisi economica e ridotte letteralmente sul lastrico, erano costrette dall'organizzazione a sottoscrivere dei prestiti da società finanziarie con il meccanismo della truffa attraverso la comunicazione di dati falsi (riguardanti ad esempio le buste paga). Denaro che serviva poi a pagare gli usurai.

Per chi si rifiutava o non erano in grado di saldare i debiti contratti, le strategie adottate erano quelle delle minacce e dell'intimidazione. Ad agire, secondo l'accusa, sarebbero stati Persano e Lacirignola, personaggi già condannati per associazione mafiosa e conosciuti nel territorio come appartenenti alla Scu, in particolare al clan Cerfeda. A loro spettavano i compiti di "recupero crediti". Alle minacce verbali, del tipo "se mi denunci o non paghi ti sparo" o "ti trasciniamo legato alla macchina per le vie del paese", si passava alle vie di fatto: schiaffoni e percosse.

Nel collegio difensivo gli avvocati Ladislao Massari, Antonio Degli Atti, Gabriele Valentini e Antonio Savoia.

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