Attentati, estorsioni e spaccio: l'ascesa e il declino del boss Briganti. Maxi blitz all'alba

La squadra mobile di Lecce ha chiuso il cerchio sull'escalation criminale degli ultimi periodo. Dopo il vuoto di potere di clan Nisi e "Vernel", le nuove strategie di Pasquale Briganti con i fratelli Pepe e le lotte fra i luogotenenti. Con cambi di casacca ed episodi gravi, compresi un suicidio e sparatorie

LECCE – “Eclisse”, crolli e rinascite della Scu leccese. Una sola parola presa in prestito dall’astronomia spiega meglio di mille concetti gli sviluppi di un’indagine monumentale. Nel cono d’ombra della decadenza, i clan che per decenni hanno governato su capoluogo e dintorni. I fratelli Nisi. E poi i “Vernel”. La storia insegna però che la caduta degli imperi, che non sono mai eterni, genera anarchia. E dopo l’anarchia, sotto la coltre di macerie, si profilano nuovi governi.

Negli ambienti criminali le dinamiche sono simili. Ed ecco emergenti uscire dalle file dei vecchi eserciti che li hanno cresciuti e pasciuti, stringere alleanze e dichiarare guerre, cambiare rapidamente assetti che sembravano consolidati e immutabili, assumere strada facendo autorevolezza e posizioni di comando. Sempre sotto una guida dall’alto. Quella di Pasquale Briganti, secondo gli inquirenti. Il suo nome, all’apice di una piramide che avrebbe continuato a crescere, a generare radici, se la squadra mobile della questura di Lecce, sotto il coordinamento della Dda, non avesse usato taglienti cesoie.

Da qui anche gli elogi del procuratore Cataldo Motta al questore Antonio Maiorano e a tutta la polizia per un lavoro di ricostruzione dei nuovi assetti molto complesso, vista la vastità della materia, eppure svolto con rapidità insolita, rispetto ai tempi soliti occorrenti per chiudere il cerchio su gruppi tanto vasti. Alcuni fra gli episodi contestati sono talmente recenti che ancora in molti ricorderanno come fossero avvenuti ieri. Ma la necessità di abbreviare i tempi erano dettati anche e soprattutto dal clima di terrore crescente in città. Molti fra gli attentati a mano armata degli ultimi tempi, infatti, sarebbero da ricollegare alle battaglie campali fra gruppi per il predominio del territorio.       

Trentacinque le ordinanze di custodia cautelare richieste dal pm Guglielmo Cataldi e firmate dal gip Alcide Maritati. Il blitz, alle prime ore del giorno. E’ stato portato a termine dalla squadra mobile di Lecce sotto la direzione del vicequestore aggiunto Sabrina Manzone, e con il supporto di agenti delle altre questure pugliesi, di Potenza e di Matera, del reparto volo e dei cinofili di Bari. I reati, a vario titolo: associazione di tipo mafioso, associazione per delinquere finalizzata allo spaccio di stupefacenti, estorsione e detenzione di armi.

Gli arrestati

Di seguito i destinatari delle ordinanze di custodia cautelare, di cui ne sono state eseguite trentadue perché tre indagati si sono resi irreperibili e sono attivamente ricercati: Alessandro Ancora, detto "Sandro", leccese, 35 anni; Adriano Barbetta, di Cavallino, 24 anni; Carmen Blago, leccese, 40 anni; Pasquale Briganti, detto "Maurizio", leccese, 45 anni (detenuto); Giuliano Calò, detto "Giulio", leccese, 35 anni; Massimiliano Calò, detto "Pippi", leccese, 39 anni; Gianluca Capilungo, detto "Lupen" o "Lupo", leccese, 23 anni;  Maurizio Contaldo, leccese, 53 anni; Daniele De Matteis, detto "Panna e fragola", di Lizzanello 30 anni; attualmente detenuto; Roberto Mirko De Matteis, 38 anni (detenuto); Ivan Firenze, detto "Cavallo", leccese, 33 anni; Marco Firenze, leccese, 48 anni; Carlo Gaetani, detto "Carletto", leccese, 40 anni; Gioele Greco, leccese, 37 anni (detenuto);  Antonio Leuzzi, detto "Totti", leccese, 23 anni; Francesco Luggeri, di Trepuzzi, 35 anni;  Omar Marchello, di Lizzanello, 36 anni; Fabio Marzano, leccese, 45 anni (detenuto), Carmine Mazzotta, detto "Carmelo" o "Lu ruessu", leccese, 41 anni; Angelo Monaco, leccese, 38 anni (detenuto); William Monaco, leccese, 25 anni; Nicola Montinaro, leccese, 48 anni; Marco Pacentrilli, detto "Marco Zola", leccese, 31 anni; Antonio Pepe, detto "Totti", leccese, 53 anni (detenuto); Cristian Pepe, leccese, 40 anni, (detenuto); Marco Pepe, leccese, 29 anni;  Antonio Perrone, leccese, 31 anni; Pier Luigi Rollo, detto "Gigi" o "Rollino", leccese, 25 anni; Francesco Rotondo, detto "Checco", leccese, 30 anni; Salvatore Tarantino, leccese, 35 anni;  Oronzo Toffoletti, detto "Ronzino" o "Giusi" o "Quattrocchi", leccese, 49 anni. E’ stato invece sottoposto agli arresti domiciliari Simone Filograna, 36enne, leccese. 

Attualmente risultano irreperibili Juri Zecca, detto "Jurino", 22enne di Lecce; Antonio Alvaro Montinari detto "Aldo" o "Lu tignusu", 43enne di Lecce; e Ubaldo Luigi Leo, detto "Aldo", 50enne di Lecce. Gli indagati totali sono quarantaquattro. Vanno infatti considerati anche Cristian Carluccio, 27enne di Lecce; Remo De Matteis, 65enne di Lizzanello (detenuto); Paolo Golia, 31enne di Torchiarolo; Emanuela Greco, 41enne di Lecce; Flaviano Lettere, 56enne di Lecce; Flaviano Pino Lettere, 25enne di Lecce; Ilia Mocka, detto "Elia", 36enne, nato a Valona, ma residente a Lecce; Luigi Antonio Rollo, 58enne di Lizzanello; Ciro Vacca, 59enne di Taranto, ma residente a Cavallino.

La caduta degli imperi e i nuovi assetti

Copia di DSCN2637-2Bisogna fare un passo indietro di qualche anno per inquadrare lo sfondo sul quale si traccia l’indagine attuale della squadra mobile. Bisogna partire, cioè, dalla nota operazione “Cinemastore”, che rappresenta l’inchiesta madre, e per la quale, nel luglio scorso, sono arrivate condanne in appello per oltre un secolo di carcere. “Eclisse” n’è dunque ideale prosecuzione, forse l’atto finale, dopo una serie di altri grossi blitz “intermedi”, durante i quali sono già finiti in manette molti dei soggetti individuati oggi.

Fu proprio durante quell’inchiesta che emersero i ruoli fondamentali di Pasquale Briganti e Roberto Nisi (secondaria la figura del fratello Giuseppe Nisi, seppur sempre inserito nella linea di comando). E fu Roberto Nisi, durante l’udienza preliminare del processo che scaturì da un gigantesco blitz (sessantadue arresti), a rivendicare il suo ruolo di capo, sebbene, per gli investigatori, soprattutto per allontanare i sospetti dai familiari.

Tutto questo, in linea con il cruento passato della Scu. Briganti, ad esempio, aveva ricevuto l’investitura di “completo” direttamente dallo storico boss della potente mala monteronese, Mario Tornese, e in alleanza con Roberto Nisi, era in contrasto con un altro gruppo, quello comandato da Andrea Leo, detto “Vernel”, della frangia vernolese. I “Vernel”, dal canto loro, si sono avviati verso il tramonto con l’arresto del capo e la nascita di un rapporto di collaborazione con la giustizia di un altro elemento di spicco, spesso tornato nelle cronache: Alessandro Verardi. Da qui, l’estensione degli affari del clan Nisi nei territori un tempo “occupati” dai rivali.

Nessun impero, però, s’è detto, è destinato a rimanere in piedi in eterno e con le manette ai polsi di Nisi (maggio 2012), sono iniziati i mal di pancia fra chi era rimasto ancora a piede libero. Cioè, gli attriti fra i cosiddetti luogotenenti. Da un lato, Davide Vadacca, dall’altro Gioele Greco e Daniele De Matteis. I contrasti, secondo gli investigatori, avrebbero avuto origine nel traffico di cocaina.

Gioele Greco, in particolare, sarebbe stato protagonista di un’ascesa veemente. Le sue ambizioni sarebbero state documentate da incontri che tenuti a Lecce con trafficanti di stupefacenti, in passato vicini ai “Vernel”, come Omar Marchello, così come dal versamento da di somme di denaro in  favore di Remo De Matteis, che usufruiva di permessi premio concessi dal Tribunale di sorveglianza di Trapani.

Sarebbero quindi sorti accordi per la gestione dello spaccio fra Gioele Greco, i fratelli Remo e Daniele De Matteis, Omar Marchello e Yuri Zecca. E non senza usare il pugno di ferro, la violenza per mantenere il predominio.

Il suicidio di Luca Rollo e il favoreggiamento di latitanti

C’è un caso che sembra dipingere bene quanto appena detto. E’ l’episodio che vede al centro, purtroppo, la morte di un giovane di Cavallino, Luca Rollo. Questi, secondo quanto accertato dalla squadra mobile, sarebbe stato vessato da continue minacce e percosse. Sembra che avesse un debito di circa 20mila euro dovuto a passate forniture di stupefacente. Il 12 gennaio del 2013 non ha retto più al clima d’intimidazione e l’ha fatta finita.

Ebbene, scrive il gip nell’ordinanza: “Le condotte reiterate di vessazione, minaccia e violenza compiute nei confronti del povero Rollo Luca, sono state di tale insistenza e cattiveria da non potersi certamente ritenere che l’evento suicidario non debba essere messo in stretta relazione causale con il delitto di spaccio di sostanze stupefacenti e conseguente estorsione pluriaggravata finalizzata a recuperare i debiti maturati dal Rollo”.

Autori di queste continue vessazioni sarebbero stati Adriano Barbetta e Salvatore Tarantino, su mandato di Gioele Greco, Daniele De Matteis e Yuri Zecca. Da la contestazione  del reato di “morte come conseguenza di altro delitto”.

Vi è poi da annoverare una rapina ai danni di Flaviano Pino Lettere, al quale sarebbe stato sottratto da Greco Greco, Remo De Matteis, Cristian Carluccio, Francesco Luggeri e Omar Marchello , un consistente quantitativo di stupefacente. Fatto che avrebbe provocato un insanabile contrasto tra il gruppo di Greco e quello di Ciro Vacca, del quale Lettere avrebbe fatto parte.

Sarebbe questa la molla che ha fatto scattare l’agguato ai danni di Gioele Greco, la sera del 12 gennaio 2013, quando è stato colpito nel piazzale della Tamoil di Cavallino, in via Caprarica, da colpi di pistola. Vacca è stato condannato a sei anni in abbreviato. Ma prima dell’arresto e della condanna di Vacca, in risposta alla sparatoria, Lettere, sarebbe stato portato con un pretesto da Greco (nel frattempo ristabilitosi) in una casa di Torre Chianca e lì pestato e ferito al volto con un’arma da taglio.

Le indagini, nel frattempo, sono andate avanti mettendo a nudo altri fatti. Il gruppo di Vacca, ad esempio, avrebbe favorito la latitanza di soggetti di particolare spessore: l’omicida Serghei Vitali, alias “Barabba”, modalvo, evaso il 21 gennaio 2013 dal carcere di Padova, il quale avrebbe trovato rifugio in un’abitazione procuratagli da Lettere a Frigole, laddove è stato arrestato il 23 marzo del 2013. Coinvolti nel favoreggiamento della latitanza, risultavano anche Marco Pepe, Antonio e Ivan Spedicati.

Nella stessa zona e nello stesso periodo avrebbe poi trovato rifugio anche Giuseppe Giordano detto “Aiace, già condannato a trent’anni per l’omicidio di Santino Vantaggiato, commesso con Vito De Emidio il 16 settembre del 1998 in Montenegro. Questi sarebbe poi stato arrestato a Manduria il successivo 29 marzo.

Gli intrighi nel carcere di Padova

DSCN2629-2L’evasione di Vitali e la presenza proprio in quello stesso carcere di Cristian Pepe, condannato all’ergastolo e zio di Marco Pepe, hanno indotto la squadra mobile a concentrare l’attenzione sulla casa circondariale di Padova. Intuizione che ha permesso di definire contorni molto interessanti.

Analizzando il traffico delle celle telefoniche è stato scoperto come Cristian Pepe e Ivan Firenze, lì detenuti, avessero la disponibilità di computer e chiavette Usb con cui comunicavano con i familiari all’esterno. Utilizzando Facebook Video Calling e Skype, infatti, i detenuti avrebbero effettuato videochiamate con i familiari e, per loro tramite, con i membri dell’organizzazione all’esterno, impartendo direttive e ricevendo notizie.

Le comunicazioni sono state intercettate, consentendo di apprendere attività ed i nuovi assetti dell’organizzazione.

Si è quindi venuti a conoscenza, per esempio, del grave contrasto tra Gioele Greco e Davide Vadacca. Quest’ultimo era difeso da Roberto Nisi, ormai però ritenuto non più in grado di guidare con autorevolezza il gruppo. Si è poi evinto anche l’avvicinamento di Greco Cristian Pepe. Infine, si è compreso che Ivan Firenze, il cui rapporto con un altro storico pezzo da novanta, Totò Rizzo si era incrinato, aveva aderito al gruppo Pepe. E per conto dei detenuti, all’esterno avrebbero agito parenti quali Marco Firenze e Marco Pepe.

Il 17 luglio del 2013 la Dda di Lecce ha disposto così alcune perquisizioni presso la casa circondariale di Padova e nelle abitazioni delle persone coinvolte nelle comunicazioni in uscita, che hanno portato al sequestro di computer, cellulari, tablet, dai quali sono stati estratti ulteriori elementi di prova.

Gli attentati in città

Tra l’estate e l’autunno del 2013, numerosi episodi hanno indotto a ritenere che la leadership di Roberto Nisi fosse ormai in declino. Episodi da dividersi fra sparatorie fra rivali o contro obiettivi per natura estorsiva, specie per le attività commerciali.

Tra questi, l’esplosione di colpi di pistola contro l’abitazione del padre di Salvatore Notarnicola (19 maggio 2013), nonché contro quella abitazione dello stesso (20 agosto 2013), l’affissione in città di manifesti funebri annuncianti la scomparsa di Vadacca (12 settembre 2013), l’esplosione di colpi di pistola contro Alessio Bellanova (10 ottobre 2013).

E poi, sparatorie contro il “Bellini Caffè” e il negozio “Good Look” (13 ottobre 2013), ai danni del “Caffè Carletto” (13 dicembre 2013) https://www.lecceprima.it/cronaca/colpi-pistola-bar-carletto-13-dicembre-2013.html, e la bomba al “Bar Paisiello” (15 dicembre 2013).

Vadacca, Bellanova e Notarnicola serebbero risultati appartenenti al clan di Nisi (e perciò arrestati il 16 ottobre 2013 operazione “Reset”). E gli accertamenti balistici hanno rivelato che la stessa arma da fuoco sarebbe stata utilizzata per sparare contro Bellanova, il “Bellini caffè” e il “Caffè Carletto”. Si trattava di una Beretta con matricola abrasa che il 27 febbraio 2014 è stata sequestrata a una parente di Carmen Blago, quest’ultima compagna di Pasquale Briganti.

Briganti, che nel dicembre 2013 era stato ammesso al regime degli arresti domiciliari, è stato di nuovo arrestato il 26 febbraio del 2014 in esecuzione dell’operazione “Network”.  Tra il 27 e il 28 febbraio è poi finito in manette Angelo Monaco, che aveva in disponibilità un fucile a canne mozze, una pistola e due ordigni esplosivi. L’intercettazione dei suoi colloqui in carcere hanno permesso di accertare da un lato il suo collegamento con Briganti, dall’altro il ruolo del fratello William Monaco, incaricato di comunicare con i sodali rimasti liberi e di continuarne le attività, in particolare nel traffico di stupefacenti. Tra l’altro si è appreso anche di come Angelo Monaco, all’atto dell’arresto, avesse introdotto in carcere stupefacente celato all’interno del corpo, che poi aveva consumato con altri detenuti.

L’emarginazione di Nisi avrebbe trovato conferma nel pestaggio subito all’interno del carcere di Lecce il 28 marzo del 2014 (notizia che LeccePrima ha dato in anteprima assoluta). Il mandante: proprio Briganti.

Questi inoltre sarebbe stato informato delle attività dei propri associati liberi nel corso dei colloqui con la compagna, la già citata Carmen Blago, la quale, inoltre, avrebbe ricevuto presso la propria abitazione le somme di denaro frutto delle attività criminali del gruppo, delle quali avrebbe dato conto a Briganti.

In quegli stessi giorni, anche Gioele Greco ha subito un’aggressione, nel carcere di Taranto. Sino ad allora avrebbe continuato a riconoscere come proprio referente Nisi. Sarebbe stato picchiato da Andrea Leo “Vernel”.

IMG_4258-2Il 18 aprile del 2014 la polizia penitenziaria ha intercettato una lettera inviata da Gioele Greco, tramite un altro detenuto, a Briganti e Antonio Pepe. Dopo l’aggressione, avrebbe manifestato l’intenzione di lasciare il gruppo Nisi per entrare a far parte di quello capeggiato da Briganti. E non si sarebbe limitato a questo, ma avrebbe anche vendicato l’aggressione, ordinando l’esplosione di colpi d’arma da fuoco contro l’abitazione dei genitori di Leo, a Vernole. Infatti, il 15 aprile 2014 sono stati esplosi sei colpi di pistola calibro 38, che le indagini hanno permesso di attribuire a Daniele De Matteis, in quel momento latitante e fidato amico di Greco. Questi avrebbe trasmesso l’ordine tramite una sua parente, nel corso di un colloquio in carcere.

Tutto questo, mentre Briganti avrebbe intensificato le attività estorsive, tramite la compagna, intervenendo anche per imporre la sua protezione nei confronti di persone sottoposte a estorsione da altri. È il caso, secondo la squadra mobile, del gestore di due furgoni fast food nel centro di Lecce il quale, sottoposto ad estorsione ad opera di Massimiliano Calò e subìto un attentato incendiario (22 marzo 2014), avrebbe richiesto l’intervento di Briganti per porre un argine.

L’installazione di una microspia ambientale all’interno dell’autovettura in uso a William Monaco, fratello di Angelo, avrebbe poi permesso di apprendere in tempo reale le dinamiche associative e i rapporti tra i vari gruppi a Lecce, e di individuare i responsabili di una serie di episodi che hanno provocato grave allarme sociale. E’ emerso, per esempio, come fosse ormai stabile l’alleanza tra il gruppo Pepe quello di Briganti, persistendo un contrasto (di antica origine) tra questi e Nicola Greco sul predominio nella zona 167 di Lecce. Greco, in particolare, avrebbe approfittato della detenzione di Briganti e dell’esautorazione di Nisi per riprendere l’attività di spaccio di stupefacenti.

Nel giugno del 2014 i componenti del gruppo di Andrea Leo (tra i quali lo stesso fratello Gregorio ed il cognato Alessandro Antonucci) sarebbe stati oggetto di sistematiche aggressioni all’interno del carcere ordinate da Briganti, il quale avrebbe meditato azioni punitive anche nei confronti di coloro che, in libertà, erano sospettati di essersi avvicinati al gruppo di Nico Greco. Tutto in pieno accordo con i fratelli Pepe.

Anche i locali sottoposti a “protezione” dal gruppo di Andrea Leo sarebbero stati oggetto di atti ritorsivi ad opera dagli affiliati a Briganti. La pizzeria “La diavola” dia via Giovanni Paolo II, sottoposta ad estorsione da Francesco Mungelli, storicamente vicino al gruppo di Andrea Leo, è stata colpita da alcuni colpi di pistola il 29 aprile 2014, presumibilmente esplosi da Massimiliano Calò. Pochi giorni dopo, il 7 maggio, altri sette colpi di pistola contro la saracinesca, questa volta da Pierluigi Rollo, supportato logisticamente da William Monaco e Marco Pacentrilli, tutti vicini a Briganti. La strategia di quest’ultimo, dopo avere estromesso Nisi, sarebbe stata quella di esautorare da qualsiasi influenza anche Leo.

Il giorno dopo, 8 maggio, è stato poi preso di mira da Rollo e Moaco il negozio “Artigiani per caso” di via Imperatore Adriano 6. Contro la vetrina sono stati esplosi solo due colpi causa l’inceppamento della pistola. Titolare del negozio è la moglie di Alessandro Greco, latitante arrestato quella stessa mattina in compagnia di Francesco Mungelli, appartenente al clan di Andrea Leo, ancora una volta il vero obiettivo.

La stessa matrice apparirebbe avere l’attentato del 23 aprile scorso contro il negozio “Gli elettrici” di via Duca d’Aosta di proprietà del padre della compagna di Mungelli.

Visto che l’attentato dell’8 maggio non era stato portato a termine per l’inceppamento della pistola, il 18 maggio William Monaco, in compagnia di Massimiliano Trofo, ne avrebbero riprovato l’efficienza crivellando di colpi un segnale stradale sulla tangenziale est all’altezza dello svincolo per San Ligorio. Anche quest’episodio è stato registrato dalla microspia installata a bordo dell’autovettura di Monaco.

Il 25 maggio seguente, con la stessa pistola, come dimostreranno in seguito gli accertamenti balistici, Pierluigi  Rollo e William Monaco, avrebbero esploso sei colpi di pistola contro la macelleria islamica “Essalam Hallal” di via Antonaci. L’arma sarà infine sequestrata il 17 settembre, in occasione dell’arresto di Pierluigi Rollo e Fabio Marzano, trovati in possesso di 1 chilogrammo di eroina. L’arma era nello specifico in casa di Rollo.  

Il 15 giugno Monaco, in compagnia di Rollo, avrebbero esploso alcuni colpi di pistola contro una persona che si era affacciata al balcone di un edificio in viale Roma. Dalle conversazioni intercettate tra i due si è compreso che tali colpi erano stati esplosi contro una persona incolpevole. Vero obiettivo degli autori doveva essere un loro debitore inadempiente. I colpi, dunque, avrebbero dovuto attingere l’abitazione dove abitano i genitori di Carmine Mazzotta, dimostrando così la loro capacità di intimidazione anche in una zona estranea alla loro diretta influenza.

E invece, non solo hanno preso di mira una persona del tutto estranea alle loro attività, ma il giorno successivo William Monaco sarebbe stato convocato da Mazzotta, il quale lo avrebbe minacciato, puntandogli una pistola calibro 357 alla testa. Nel corso delle indagini, Mazzotta è risultato elemento di spicco in seno al clan Pepe, vantando disponibilità di quantitativi di stupefacente (proposti in vendita anche allo stesso William Monaco) tali da porlo in posizione di predominio per tale commercio nella zona 167.

DSCN2628-4Il 3 luglio scorso, due sconosciuti hanno poi esploso quattro colpi di pistola contro Alessandro Sariconi, che si trovava in via Maglio, alle spalle della clinica privata “Petrucciani”. Le conversazioni all’interno dell’auto di Monaco hanno lasciato intendere che autori sarebbero stati Gianluigi Rollo e Gianluca Capilungo. Una punizione per un debito conseguente a forniture di stupefacente consegnato a questi dal gruppo di Giuliano Calò.

Il 14 luglio scorso, per puro divertimento, Pierluigi Rollo, Giuliano Calò, William Monaco e Gianluca Capilungo, avrebbero poi fatto esplodere un ordigno in via Raffaello Sanzio 2, causando il danneggiamento di un muretto del condominio “Lecce 2”.

Il gruppo oggetto d’indagine sarebbe poi stato protagonista, il 3 settembre del 2014, di un ulteriore episodio, particolarmente grave. In via Verona si sarebbero fronteggiati, esplodendo reciprocamente numerosi colpi di arma da fuoco, due gruppi, il primo composto da Giuliano Calò, Massimiliano Calò, Pierluigi Rollo e Gianluca Capilungo; il secondo da Carmine Mazzotta e Ubaldo Leo.

L’episodio è stato ricostruito con l’ausilio, oltre che delle intercettazioni ambientali, dei filmati di numerosi impianti di videosorveglianza. I fatti sono stati anche oggetto dei colloqui in carcere tra Briganti e la compagna Blago, dai quali si è appreso che il motivo del contrasto era da ricondursi all’estorsione a un esercizio commerciale contesa tra due gruppi, mentre Briganti si era ripromesso di attivarsi per ricondurre la situazione alla normalità.

Nell’occasione si è anche avuto modo di apprendere anche che Carmen Blago si era personalmente attivata per impedire che i fratelli Giuliano e Massimiliano Calò procedessero all’eliminazione di Andrea Cafiero, al quale rimproveravano di frequentare gli appartenenti al gruppo contrapposto.

I sequestri di beni

Il gip, con un’ordinanza separata, ha disposto in seno ai fatti, il sequestro di autovetture e motoveicoli risultati di proprietà o comunque nella disponibilità degli indagati, il cui valore appare sproporzionato rispetto al reddito dichiarato e all’attività economica svolta.

Si tratta di: una Mercedes 300 ML Cdi 4 Matic, in uso a Carmen Blago; una moto Ducati, in uso a Oronzo Toffoletti; una Smart Four Two Mhd,in uso a Carmen Blago; un’Audi A3, in uso a Ubaldo Luigi Leo; una Mercedes classe A 180 Cdi, in uso a William Monaco; una Mercedes classe A 160, in uso ad Angelo Monaco; una Mini Cooper S One in uso a Massimiliano Calò; uno scooter YAmaha T-Max 500 in uso ad Angelo Monaco; una Moto Yamaha Fzs 60 Fazer in uso ad Angelo Monaco; una moto Bmw S 1000 Rr in uso ad Antonio Alvaro Montinari; uan Smart Four Two Mhd, in uso ad Antonio Alvaro Montinari; una Renault  Clio R “Monaco Gp” in uso a Nicola Pinto; un Range Rover Evoque in uso ad Antonio Alvaro Montinari; una Ford Ka 1.3.  Tdi in uso ad Antonio Pepe; una Smart Four Two Pure in uso ad Oronzo Toffoletti; una Mercedes Classe C 220 Cdi in uso ad Oronzo Toffoletti. 

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