Operazione "Vortice-Déjà vu", catturato il latitante Notaro. Si nascondeva a Cellino

Il cerchio si è chiuso. Un altro nome presente sulla lista dei latitanti salentini è stato depennato dagli uomini del Nucleo investigativo dei carabinieri di Lecce, guidato dal capitano Biagio Marro. Sergio Notaro, 54 anni, sfuggito all'operazione "Vortice-Déjà vu" è stato arrestato al termine di un blitz

L'abitazione in cui si nascondeva il boss.

LECCE – Il cerchio si è chiuso. Un altro nome presente sulla lista dei latitanti salentini è stato depennato dagli uomini del Nucleo investigativo dei carabinieri di Lecce, guidato dal capitano Biagio MarroSergio Notaro, 54 anni, sfuggito all'operazione denominata "Vortice-Déjà vu" è stato arrestato al termine di un blitz. Gli uomini dell’Arma lo hanno sorpreso e bloccato in pochi istanti, alla periferia di Cellino San Marco, senza neanche dargli il tempo di accorgersi di cosa stava accadendo. Notaro, nome di spicco della criminalità salentina, era sfuggito all’arresto attraverso una rocambolesca e precipitosa fuga dai teti della sua masseria a Squinzano. I carabinieri, che da alcuni giorni erano sulle sue tracce, lo hanno scovato in una villa a Cellino San Marco, in via Madonna dell'Alto, una strada periferica da cui si può raggiungere Squinzano.

Da giorni i carabinieri gli davano la caccia, attraverso una fitta rete di servizi di osservazione, pedinamenti e verifiche che ha interessato le persone “storicamente” vicine a Notaro. È probabile che questi avesse previsto da tempo questa eventualità (le modalità della sua fuga ne sono state in certo senso una conferma) poiché era stato predisposto un efficace sistema di compartimenti stagni, ognuno indipendente dall’altro, che avrebbe dovuto garantire l’impermeabilità delle notizie ad eventuali aggressioni delle forze dell’ordine. Ma come sempre, la pazienza, il metodo e l’esperienza investigativa di molti dei veterani del Nucleo Investigativo di Lecce, alla lunga hanno pagato.

La svolta nella serata di domenica quando, finalmente, si è avuta conferma delle autovetture che venivano utilizzate per i vari trasbordi degli addetti alla logistica del latitante. Tra l’altro la zona d’interesse nella quale si sono concentrate le attenzioni degli investigatori (al confine con la provincia di Brindisi) è da sempre un punto di riferimento costante per i fuggitivi leccesi, spesso protagonisti di traffici e rapporti “a cavallo” delle due province come dimostrato in decenni di vicende processuali.

Il blitz è scattato alle 15.40, in una zona alla periferia sud di Cellino San Marco letteralmente presidiata da uomini in borghese che in una frazione di secondo hanno circondato la villetta che ospitava il fuggitivo, irrompendo dalla porta principale, quasi abbattuta nella veemenza dell’intervento. Notaro, resosi subito conto della situazione e di non avere vie di fuga, non ha opposto resistenza anche per la tempestività dell’azione. Il 54enne è stato trasferito nella casa circondariale di Borgo San Nicola, dove nei prossimi giorni sarà sottoposto ad interrogatorio di garanzia dal gip Carlo Cazzella, che ha emesso la misura nei suoi confronti.

Cinquantaquattro anni, noto nell’ambiente con il soprannome di “Panzetta”, Notaro ha un lunghissimo curriculum criminale, fatto di precedenti per furto, violazione obblighi da misure di prevenzione, rapina, sequestro di persona, porto abusivo di armi, detenzione di sostanze stupefacenti, oltre ad altri reati minori.  Soprattutto, però, per la condanna subita nel 1992 per associazione per delinquere di tipo mafioso per aver fatto parte della Sacra corona unita, al clan che faceva capo a Giovanni De Tommasi. Ed è considerato un punto di riferimento per le dinamiche malavitose a Squinzano e zone limitrofe, ancora in grado di infondere timore anche solo con il proprio nome.

L’operazione, denominata “Déjà vu”, ha delineato movimenti e dinamiche di un traffico di sostanze stupefacenti che dalla penisola salentina conduce sino alla Francia. Un’inchiesta che sembra portare indietro le lancette del tempo, agli anni settanta e l’epopea criminale del “clan dei marsigliesi”. Così come allora, sono alcuni pregiudicati francesi, capeggiati secondo gli inquirenti da Cyril Cedric Savary, a gestire i contatti con la criminalità locale e a fare da intermediari con i trafficanti di droga, non più tunisini ma colombiani e spagnoli.

Tra arresti e sequestri di droga l’indagine ha subito una nuova impennata nel duplice tentato omicidio di Luca Greco e Marino Manca, avvenuto nel pomeriggio dell'8 settembre del 2012 (18 anni di reclusione la condanna inflitta a Salvatore Milito in primo grado). Milito avrebbe estratto una pistola, cercando di colpire Manca, ma invano, perché l'arma si sarebbe inceppata, permettendo a questi di fuggire. Più sfortunato sarebbe stato Greco, intrappolato in casa e impossibilitato a fuggire: l’arrestato lo avrebbe prima colpito con il calcio della pistola e poi con un coltello, ferendolo gravemente. L’agguato sarebbe maturato, secondo l’ipotesi accusatoria, proprio nell’ambito di contrasti legati alla supremazia territoriale di gruppi criminali operanti nel comune di Squinzano e nelle zone limitrofe. Un regolamento di conti commissionato, secondo quanto emerso nell’operazione odierna, proprio da Sergio Notaro e Cyril Cedric Savary (ancora latitante).

NOTARO SERGIO-2L’indagine “Déjà vu”, cui è poi seguita quella denominata “Vortice” e condotta dai carabinieri del Ros, al comando del colonnello Paolo Vincenzoni, ha delineato le nuove rotte del traffico di sostanze stupefacenti. Un mercato fiorente destinato a rifornire le piazze del nord Salento, fino a Lecce, Brindisi e Taranto. Un mercato redditizio capace di portare a una nuova della nuova fase della Scu salentina: la pax mafiosa. Una nuova strategia dell’appianamento dei contrasti e dell’abiura della guerra, capace di fornire un nuovo terreno fertile alle strategie criminali che, seppur in forma molto più sommersa rispetto al passato, tendono alla conquista del territorio e degli interessi economici.

Accordi e interessi capaci di appianare i contrasti, dopo quasi un quarto di secolo, tra due clan storici: i Tornese e i De Tommasi. Una rottura e una guerra scoppiata con l’omicidio di Ivo de Tommasi (fratello di Gianni, “capo bastone” di Campi Salentina), assassinato nel lontano 1989

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Un’esecuzione che aveva, di fatto, scatenato la guerra tra i due clan, un tempo alleati, lastricando di sangue e proiettili le strade del Salento). Franco Santolla, condannato all’ergastolo per quell’omicidio, aveva pagato a caro prezzo la sanguinosa lotta tra sodalizi criminali. Nel maggio del 1996 un commando armato di quattro persone aveva assassinato il figlio Romualdo, appena 18enne. Una vendetta trasversale che aveva spezzato la vita di chi con la mafia salentina non c'entrava assolutamente nulla. Lui non aveva altra colpa che essere il figlio del presunto boss, estraneo per il resto a qualunque gioco di potere della criminalità organizzata nel Salento. Forse anche per quello i genitori decisero di donare gli organi del ragazzo assassinato. 

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