Pastore ucciso con un colpo di pistola, per il Riesame è omicidio colposo

Per i giudici del Tribunale del riesame l'omicidio di Qamil Hyrai, il pastore albanese assassinato il 6 aprile scorso nelle campagne di Torre Lapillo, va riqualificato in colposo. I giudici hanno rigettato la richiesta di scarcerazione formulata dai legali di Giuseppe Roi, arrestato per il delitto

LECCE – Per i giudici del Tribunale del riesame l’omicidio di Qamil Hyrai, il giovane pastore albanese, di soli 23 anni, assassinato il 6 aprile scorso nelle campagne fra Torre Lapillo e Torre Castiglione con un colpo di pistola, va riqualificato in colposo, come sostenuto dalla difesa di Giuseppe Roi. Si tratta di una distinzione rilevante in diritto penale sotto il profilo della contestazione e dell’eventuale condanna. Nel dolo eventuale, contestato dall’accusa, chi agisce è consapevole della possibilità che l'evento accada e ne accetta il rischio.

Nella colpa cosciente, anche detta colpa con previsione dell'evento, chi agisce prevede sì l'evento, ma esclude (erroneamente) che questo si possa realizzare. Un caso emblematico, in tal senso, è l’omicidio di Marta Russo, la studentessa di giurisprudenza all'università “La Sapienza” di Roma. La 22enne fu uccisa da un colpo di pistola esploso all'interno della Città universitaria il 9 maggio 1997. Per quel delitto è stato condannato a sei anni (per omicidio colposo) in via definitiva un assistente universitario, Giovanni Scattone. Secondo il Riesame si sarebbe trattato di un caso di aberratio delicti, ossia un'ipotesi d'errore nella fase esecutiva di un reato, che si verifica quando il reo provoca un evento diverso da quello voluto. I giudici, pur condividendo parte della tesi difensiva, hanno rigettato la richiesta di scarcerazioneritenendo che vi siano le esigenze cautelari.

In circa tre ore di discussione i legali di Roi, gli avvocati Giuseppe Romano e Francesca Conte hanno confutato l’ipotesi accusatoria attraverso alcuni punti salienti. Innanzitutto evidenziando come non sia possibile affermare che il loro assistito fosse presente sul luogo del delitto all’orario presunto dell’omicidio. Orario che l’accusa fissa intorno alle 11.55, soprattutto in relazione al fatto che il cellulare della vittima si è spento dopo che la batteria si è staccata per un probabile impatto. Il fratello della vittima ha però evidenziato che più volte l’apparecchio aveva evidenziato anomalie tecniche. A quell’ora, comunque, Roi aveva un alibi, si trovava cioè nei pressi di una pescheria distante circa 2,7 chilometri dal luogo dell’omicidio.

Sulla riqualificazione del reato la difesa ha sottolineato come nella perizia balistica eseguita dai carabinieri del comando provinciale di Bari, si evidenzia che la vittima non fosse assolutamente visibile dal presunto punto di sparo, atteso che fosse completamente coperto dalle fronde di un albero interno al giardino della villetta, sporgenti al di là del muro di cinta: “la linea di tiro che passa sopra il frigorifero e sopra il muretto di recinzione, risultava coperta (occupata) dalle fronde dei rami dell’albero interno al giardino della casa”. Quindi, anche accettando per ipotesi che Roi abbia sparato, in nessun caso avrebbe potuto prevedere il concreto verificarsi del tragico evento, posto che il capo del pastore, al di là del muro perimetrale, fosse completamente coperto dalle fronde dell’albero interno al giardino della casa.

Un caso complesso e misterioso, “risolto” a distanza di sette mesi i carabinieri del comando provinciale di. A uccidere Qamil Hyrai è stato, secondo gli inquirenti, Giuseppe Roi, 31 anni, amico e datore di lavoro della vittima. L’omicidio è stato il tragico epilogo di una sorta di gioco di abilità con le armi. Secondo la ricostruzione dell’accusa, in quella tiepida mattinata di primavera Roi, appassionato di armi, si stava esercitando con una pistola calibro 22 (mai rinvenuta) mirando a un vecchio frigorifero. Poco più in là, appoggiato a un muretto, il pastore albanese teneva d’occhio il gregge.

Il primo colpo attraversa il frigorifero da parte. Hyrai sente il colpo di pistola e si volta. La sua vita si consuma nell’arco di un solo istante: l’istante della sua morte. Nessuna minaccia, nessun pericolo può mettere sull’avviso la sua giovane vita. Basta un proiettile sparato da lontano, mentre sta accudendo come ogni giorno il gregge, perché tutto finisca. Il proiettile lo colpisce dritto alla fronte, uccidendolo sul colpo.

roi-2Un omicidio volontario secondo il sostituto procuratore della Repubblica Giuseppe Capoccia e il gip Simona Panzera, che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Roi. Il 31enne spara per gioco contro il frigorifero, assumendosi però il rischio di colpire a morte il pastore albanese. Perché, scrivono gli inquirenti, sa che il suo amico è lì, vede il gregge e forse la sagoma oltre il muretto. Inoltre quello è il punto convenzionato per la consegna del pranzo. Un testimone racconta a carabinieri che già in un’altra occasione Roi avrebbe sparato all’amico per scherzo. Un gioco e una prova di abilità che sono costate la vita al 23enne.

Le indagini coordinate dal maggiore Saverio Lombardi, e condotte dai carabinieri della compagnia di Campi Salentina, guidata dal maggiore Nicola Fasciano, e del nucleo investigativo di Lecce, comandato dal capitano Biagio Marro, hanno fatto luce su un delitto apparentemente senza soluzione, anche perché privo di movente. Perché è dal movente che si sviluppa e si ricostruisce, tassello dopo tassello, uno scenario plausibile, un contesto, fino all'individuazione dell'esecutore dell'omicidio.

Gli uomini dell’Arma hanno scandagliato a fondo nella vita del pastore, un bravo ragazzo, a detta di chi lo ha conosciuto nei mesi trascorsi nel Salento. Una vita tranquilla la sua, scandita da ritmi di lavoro serrati e sempre uguali: la sveglia prima dell’alba per recarsi nel panificio dove prestava servizio, poi le lunghe passeggiate per portare il pascolo al gregge, fino a sera. Una vita senza macchia e senza ombre, senza alias e passati criminali da nascondere.

In ogni delitto, però, basta un indizio, anche il più insignificante, per fornire agli investigatori una traccia da seguire. In questo caso fondamentale è stato la prima ricognizione sul luogo del delitto. L’esame di un vecchio frigorifero, posizionato sulla stessa linea di tiro che aveva colpito la vittima, ha permesso di scoprire un foro di proiettile calibro 22 e di recuperare l’ogiva sul muro della villetta adiacente. I successivi rilievi balistici hanno permesso di appurare che si trattava della stessa arma con cui era stato ucciso il 23enne albanese.  L’attenzione dei carabinieri si è spostata su Roi.

La testimonianza di un pastore, assunto sempre presso la masseria del presunto omicida, ha fatto emergere una serie di indizi. Innanzitutto la sua presunta passione per le armi, fucili e pistole, con cui si sarebbe eserictato usando come bersaglio un bidone di plastica bianco che aveva fatto sparire. Nel corso della perquisizione presso la masseria, i carabinieri hanno trovato segni di proiettile lasciati sul portone dell’ovile e sul muro, frammenti del bidone bianco e cartucce, borre e un caricatore di Kalashnikov.

Le indagini hanno portato poi a confutare la falsa denuncia di furto di bestiame fatta dalla famiglia di Roi (il padre del 31enne è indagato per simulazione di reato) all’indomani dell’omicidio. La testimonianza del collega della vittima ha permesso di stabilire che il numero di ovini è rimasto invariato. A proposito scrive il gip che “la deliberata preordinazione di una falsa denuncia di furto di bestiame è palesemente finalizzata a dotare il delitto di un verosimile movente con chiaro scopo di depistare le indagini a suo carico”.

Inoltre, nella telefonata ai carabinieri il padre del presunto assassino racconta di aver trovato il cadavere del pastore, dicendo “l’hanno ammazzato”. Giuseppe Roi, però, al 118 racconta di una “persona sparata”, particolare singolare, poiché dalla posizione del cadavere (la fronte è coperta da un berretto) non è possibile stabilire che sia stato colpito da un colpo d’arma da fuoco, il foro del proiettile non è visibile. Solo chi ha sparato, sostengono gli inquirenti, può saperlo. Infine, dall’esame delle celle telefoniche è stato stabilito che Roi era lì al momento del detto.

“Si tratta – ha spiegato il procuratore Cataldo Motta – di un processo indiziario, in cui però gli indizi sono numerosi, gravi e concordanti. L’assassino ha sparato accentando il rischio di colpire il pastore, in quello che tecnicamente si chiama dolo eventuale. La testa era visibile, non si può parlare di colpa cosciente. E’ stato un gioco mortale e criminale”.

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Un'indagine paragonabile a una difficile partita a scacchi giocata da un team di esperti come il pm Giuseppe Capoccia, il maggiore Saverio Lombardi, il capitano Biagio Marro e il maggiore Nicola fasciano. Un poker di esperienze, competenze e professionalità con un passato fatto di innumerevoli casi risolti e di criminali assicurati alla giustizia, partendo dal presupposto che ogni dettaglio, seppur all’apparenza insignificante, può rivelarsi fondamentale. 

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