Sbarchi, anche pattugliatore inglese nel Canale d'Otranto per arginare traffico di migranti

Lungo 43 metri, resterà ormeggiato a Taranto fino al prossimo 30 settembre, per potenziare le attività nell'ambito del dispositivo internazionale Frontex. I militari della guardia di finanza intensificheranno i controlli nelle acque di Puglia meridionale e Calabria, nel tentativo di contenere il fenomeno delle pericolose traversate

Il pattugliatore inglese ormeggiato a Taranto.

LECCE – Assicurare il controllo delle frontiere marittime comunitarie e nazionali, e prestare soccorso ai migranti. E, soprattutto, fermare gli scafisti responsabili delle drammatiche traversate verso le coste italiane. L’agenzia europea Frontex potenzia i monitoraggi nelle acque del Canale d’Otranto, e delle coste di Puglia e Calabria. O, almeno, ci prova.

Per fronteggiare l’emergenza sbarchi, infatti, il programma aeronavale internazionale ha introdotto una novità nell’ambito dell’operazione “Triton 2015”. Si tratta di un pattugliatore inglese, ormeggiato nel porto di Taranto fino al prossimo 30 settembre. Lungo 43 metri, si chiama “Seeker” ed è della Uk Border Agency, la dogana britannica. Il coordinamento delle attività dell’unità navale inglese è affidato al gruppo aeronavale della guardia di finanza di Taranto, che svolge la funzione di coordinamento dei controlli nelle acque della Puglia meridionale e del litorale ionico della Calabria, sino al confine con quelle greche e albanesi.

Si tratta soltanto delle ultime iniziative ideate nell’ambito di una più vasta “offensiva” lanciata per contrastare, o cercare di contenere, il traffico internazionale di migranti. Il Salento, assieme alla Sicilia, è l’area più interessata dal fenomeno. In Puglia sono circa mille e 800 i cittadini approdati soltanto a partire dall’anno in corso. Sono stati in tutto 17mila e 565 nei dodici mesi del 2014, secondo i dati divulgati dal giornalista Fabrizio Gatti, in un dossier del settimanale “L’espresso”.

A giungere sui litorali salentini, come hanno dimostrato le ultime settimane, sono barconi di ogni tipo provenienti dalle coste greche, turche e  sempre meno albanesi. Non c’è stato maltempo che abbia fatto desistere gli scafisti dall’avviare viaggi nel Mediterraneo in condizioni inumane. Ma l’opinione pubblica nutre più di un sospetto sulla riuscita di simili dispositivi di pattugliamento e soccorso in mare. Se già l’operazione “Mare nostrum”, forte delle migliaia di vite salvate in acqua, aveva infatti esibito i propri limiti, con la Frontex aumenta lo scetticismo. Anche per una questione di proporzione dell'aumento dei flussi migratori spinti verso lo Stivale dall'instabilità geopolitica del Medioriente.

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Un pensiero che si fa strada nell'immaginario comune è quell per cui l'attività dei militari italiani (di per sè rischiosa per i militari stessi) rischia a sua volta di spalleggiare il gioco sporco dei trafficanti di profughi: questi ultimi, sempre più certi dell’intervento e del soccorso italiano, sono  tentati dal promuovere i viaggi della speranza su imbarcazioni precarie. Lasciate poi in mare aperto, al confine delle acque territoriali. E' sufficiente lanciare il segnale di sos e qualcuno andrà a recuperare i migranti. Avviene già sulle rotte che dalla Libia muovono verso le coste siciliane: gli scafisti abbandonano i barconi, e tornano indietro su natanti più veloci. I naufraghi saranno scortati a riva dai militari. In un perverso circolo vizioso che potrebbe finire per rendere legale ciò che legale non è.

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