Peculato, rigettato il ricorso dell'ex presidente del Consiglio comunale Ciardo

Confermata dunque la sentenza con cui la Corte d'appello di Lecce lo ha condannato a due anni per un peculato di 173 euro

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LECCE – I giudici della sesta sezione penale della Corte di Cassazione hanno rigettato, ridendolo infondato, il ricorso con cui l’ex presidente del consiglio comunale Stefano Ciardo, aveva impugnato la sentenza con cui la Corte d’appello di Lecce lo aveva condannato a due anni di reclusione per peculato.

La vicenda risale al lontano 2004, quando l’imputato partecipò alla Bit di Milano in veste istituzionale. Dopo quella trasferta, a destare non poche perplessità e accuse, furono delle spese compiute e poi rimborsate dal Comune. La vicenda finì all’attenzione della magistratura. Inizialmente, l’ipotesi di reato contestata dall’allora sostituto procuratore della Repubblica di Lecce (oggi a Bari) Marco D'Agostino, era abuso d'ufficio, ma ad aprile del 2011 i giudici della prima sezione penale del Tribunale di Lecce lo avevano riqualificato in peculato, condannando a due anni. Ciardo, assistito dagli avvocati Pasquale e Giuseppe Corleto, spese 173 euro per una cena in un noto un ristorante milanese, dove si era recato in compagnia di due persone che non appartenevano all’amministrazione comunale. Un conto che l’ex presidente avrebbe pagato con i soldi del Comune.

La difesa aveva impugnato la condanna evidenziando come il reato fosse abuso d’ufficio e non peculato, e pertanto come lo stesso fosse già prescritto, e che la cena avesse una finalità istituzionale e che il costo della stessa rientrasse nella definizione di spese di rappresentanza. Tesi rigettate, come detto dai giudici della Cassazione, che hanno scritto l aparola fine su una vicenda tanto discussa quanto controversa, vista anche la cifra piuttosto esigua al centro dell’inchiesta giudiziaria.

Sempre in relazione a quel viaggio e a quella trasferta, Ciardo è finito sotto processo per le spese relative alla manicure, massaggi, e l’acquisto di due costumi da bagno, rimborsato da Palazzo Carafa. Per quella vicenda l’ex consigliere è stato condannato a sette mesi di reclusione (pena sospesa) per truffa. Sentenza poi confermata anche dai giudici della Suprema Corte. 

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