Cronaca

Picchiarono un pastore per rapinarlo, in quattro rischiano la condanna

Rischiano condanne tra gli otto e i sei anni di reclusione i presunti responsabili di una violenta rapina avvenuta a maggio del 2013. Si tratta di tre fratelli residenti a Monteparano, in provincia di Taranto, anni addietro titolari di una masseria. Tutti pastori e noti alle forze dell'ordine, assieme a un quarto individuo

LECCE – Rischiano condanne tra gli otto e i sei anni di reclusione i presunti responsabili di una violenta rapina avvenuta a maggio del 2013. Si tratta di tre fratelli residenti a Monteparano, in provincia di Taranto, anni addietro titolari di una masseria. Tutti pastori e noti alle forze dell’ordine, assieme a un quarto individuo, non imparentato, di San Pancrazio Salentino, in provincia di Brindisi. I quattro furono arrestati nell’operazione condotta dall’Arma ribattezzata “Dolly”: Salvatore Esposito, 33enne, nato a San Pietro Vernotico e i tre fratelli Luigi, Giuseppe e Daigoro Merico, rispettivamente di 43, 40 e 26 anni. Sarebbe stato quello minore a inferire un colpo alla testa a un giovane pastore romeno, dipendente della masseria “La Grande”, nelle campagne tra Torre Lapillo e San Pancrazio Salentino, poco distante da Boncore. Per Luigi e Giuseppe Merico il pubblico ministero Giuseppe Capoccia ha chiesto, nel giudizio con rito abbreviato, otto anni, sei per gli altri due. La sentenza è attesa nelle prossime settimane.

I fatti ebbero origine lo scorso 14 maggio, quando in tre si presentarono all’interno di una masseria nelle campagne al confine tra Nardò e Porto Cesareo, e aggredirono la vittima. Portarono via alcune decine di bestie, tra capre e pecore, del valore di diverse migliaia di euro. Dopo aver colpito l’impiegato, di origini romene, lo legarono a un albero per immobilizzarlo. Gli sottrassero anche due telefoni cellulari ma sfuggì loro un terzo.  Quello che la vittima utilizzò per allertare i soccorsi. Lo stesso proprietario dell’azienda agricola e casearia, non vedendo il dipendente rientrare, si rivolse a una guardia giurata dell’istituto di vigilanza. Il giovane pastore, dopo essere stato medicato, fu molto preciso nel fornire agli inquirenti l'identikit dei suoi aggressori.

Durante la fase investigativa, nella quale non sono mancati complessi appostamenti e perizie, i carabinieri della compagnia campiota, guidati dal maggiore Nicola Fasciano, è stato l’atteggiamento sprovveduto della moglie di uno degli arrestati, Luigi Merico, a fornire una svolta decisiva. La donna, poi denunciata in stato di libertà per il reato di ricettazione, ha infatti attivato uno dei due telefoni sottratti al pastore romeno, inserendo una sim. Una “svista” che ha reso più semplice le indagini e che ha dato stimolo a una serie di perquisizioni. Davanti al gregge, composto da circa 550 esemplari, non vi erano più dubbi. Persino all’occhio distratto di un pubblico poco esperto, infatti, (come si può notare nello stesso video realizzato durante le indagini) è ben visibile l’atteggiamento “scontroso” di pecore e capre, che procedono in autonomia, scollate dalle altre. A conferma di quel sospetto, la mancanza della “timbratura” sulle orecchie degli esemplari rubati. Quando sono stati portati via, infatti, gli animali erano ancora troppo giovani per essere sottoposti a quella ordinaria procedura ritenuta dolorosa.

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