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Cronaca

Picchiata quando era incinta e costretta al velo: ex condannato a 5 anni

Emessa ieri la sentenza nei riguardi di un uomo originario del Marocco ma residente nel Basso Salento che, sotto l’effetto di alcol e droga, avrebbe vessato e sottomesso la giovane moglie

LECCE - Sotto l’effetto di alcol o droga, avrebbe scatenato la sua aggressività contro la giovane moglie. L’avrebbe picchiata in più circostanze anche quando era in dolce attesa, rischiando che quei colpi al ventre pregiudicassero la gravidanza. Non solo. Quest’uomo, un 31enne originario del Marocco, ma residente in un comune del Basso Salento avrebbe imposto alla convivente, anche questa di origini marocchine ma cresciuta in Italia, di indossare il velo islamico contro la sua volontà.

La giudice Francesca Mariano ha considerato fondata ogni accusa e ha condannato l’imputato a cinque anni di reclusione per maltrattamenti, a fronte dei due anni invocati dalla pubblica accusa.

La sentenza è stata emessa ieri con motivazioni contestuali e ora l’uomo che ha sempre negato ogni addebito sta valutando il ricorso in appello attraverso l’avvocato difensore Simone Viva.

Tra gli episodi più gravi contestati nell’inchiesta ci sono quelli avvenuti tra il 6 e il 29 settembre del 2019, quando la malcapitata incinta fu percossa e rischiò l’aborto, dovendo così ricorrere alle cure del pronto soccorso. Nell’autunno di quello stesso anno, sarebbe stata persino minacciata con un coltello puntato al ventre con frasi del tipo “te lo infilo nella pancia… ti uccido..uccido te e il tuo bambino”, per poi essere afferrata per la gola e trascinata sul pavimento fino a provare una sensazione di svenimento.

Per la giudice “non c’è dubbio che la vittima sia stata gravemente vessata dall’uomo che ha sposato, sia sul piano fisico, sia su quello psicologico, in forma continua e grave, in un’età di inesperienza della durezza della vita, trovando come unica risorsa per reagire la propria intelligenza e la robusta struttura morale di cui è risultata dotata. Reazione pervenuta in tempo prima che la vicenda prendesse pieghe peggiorative”.

 “L’imposizione del velo islamico ad una sposa nata e cresciuta in un paese democratico è maltrattamento”, ha osservato inoltre la giudice, spiegando che ogni condotta di predominio violento, sia esso fisico o morale sulla propria moglie, persona libera e uguale nel diritto italiano, costituisce reato.

Il verdetto ha inoltre riconosciuto il risarcimento del danno nei riguardi della malcapitata, parte civile al processo con l’avvocata Anna Schiavano.

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