Giovedì, 24 Giugno 2021
Cronaca

ll pastore fu ucciso "per gioco". Arrestato suo datore di lavoro: fu lui a dare l'allarme

Svolta inattesa nelle indagini sull'episodio avvenuto ai primi di aprile a Porto Cesareo. L'assassino del giovane pastore albanese, Qamil Hyraj, ucciso con un solo colpo di pistola alla testa, sarebbe Giuseppe Roi, 31enne, proprietario della masseria per cui la vittima lavorava. Una vicenda dai contorni paradossali

Il luogo dell'assurdo omicidio. Si notano i fori di proiettile sul frigorifero (foto di Antonio Quarta).

LECCE – E’ morto per un gioco tanto stupido quanto crudele Qamil Hyrai, il giovane pastore albanese, di soli 23 anni, assassinato il 6 aprile scorso nelle campagne fra Torre Lapillo e Torre Castiglione, con un colpo di pistola. A distanza di sette mesi i carabinieri del comando provinciale di Lecce hanno fatto chiarezza su un omicidio avvolto da un alone di mistero e parso sin dalle prime battute di difficile soluzione.

A uccidere Qamil Hyrai è stato, secondo gli inquirenti, Giuseppe Roi, 31 anni, amico e datore di lavoro della vittima. L’omicidio è stato il tragico epilogo di una sorta di gioco di abilità con le armi. In quella tiepida mattinata di primavera Roi, appassionato di armi, si stava esercitando con una pistola calibro 22 mirando a un vecchio frigorifero. Poco più in là, appoggiato a un muretto, il pastore albanese teneva d’occhio il gregge. Il primo colpo attraversa il frigorifero da parte. Hyrai sente il colpo di pistola e si volta. La sua vita si consuma nell’arco di un solo istante, quello della sua morte. Nessuna minaccia, nessun pericolo può mettere sull’avviso la sua giovane vita. Basta un proiettile sparato da lontano, mentre sta accudendo come ogni giorno il gregge, perché tutto finisca. Il proiettile lo colpisce dritto alla fronte, uccidendolo sul colpo.

Un omicidio volontario secondo il sostituto procuratore della Repubblica, Giuseppe Capoccia, e il gip, Simona Panzera, che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Roi. Il 31enne spara per gioco contro il frigorifero, assumendosi però il rischio di colpire a morte il pastore albanese. Perché, scrivono gli inquirenti, sa che il suo amico è lì, vede il gregge e forse la sagoma oltre il muretto. Inoltre quello è il punto stabilito per la consegna del pranzo. Un testimone racconta a carabinieri che già in un’altra occasione Roi avrebbe sparato all’amico per scherzo. Un gioco e una prova di abilità che sono costate la vita al 23enne.

Le indagini coordinate dal colonnello Saverio Lombardi del reparto operativo, condotte dai carabinieri della compagnia di Campi Salentina, guidata dal maggiore Nicola Fasciano, e dai colleghi del nucleo investigativo di Lecce, comandato dal capitano Biagio Marro, hanno risolto un delitto apparentemente senza soluzione, anche perché privo di movente.

Perché è dal movente che si sviluppa e si ricostruisce, tassello dopo tassello, uno scenario plausibile, un contesto, fino all'individuazione dell'esecutore dell'omicidio. Gli uomini dell’Arma hanno scandagliato a fondo nella vita del pastore, un bravo ragazzo, a detta di chi lo ha conosciuto nei mesi trascorsi nel Salento. Una vita tranquilla la sua, scandita da ritmi di lavoro serrati e sempre uguali: la sveglia prima dell’alba per recarsi nel panificio dove prestava servizio, poi le lunghe passeggiate per portare il pascolo al gregge, fino a sera. Una vita senza macchia e senza ombre, senza alias e passati criminali da nascondere.

In ogni delitto, però, basta un indizio, anche il più insignificante, per fornire agli investigatori una traccia da seguire. In questo caso fondamentale è stato la prima ricognizione sul luogo del delitto. L’esame di un vecchio frigorifero, posizionato sulla stessa linea di tiro che aveva colpito la vittima, ha permesso di scoprire un foro di proiettile calibro 22 e di recuperare l’ogiva sul muro della villetta adiacente.

I successivi rilievi balistici hanno permesso di appurare che si trattava della stessa arma con cui era stato ucciso il 23enne albanese.  L’attenzione dei carabinieri si è spostata su Roi. La testimonianza di un pastore, assunto sempre presso la masseria del presunto omicida, ha fatto emergere una serie di indizi. Innanzitutto la sua passione per le armi, fucili e pistole, con cui era solito esercitarsi usando come bersaglio un bidone di plastica bianco che aveva fatto sparire. Nel corso della perquisizione presso la masseria, i carabinieri trovavano segni di proiettile lasciati sul portone dell’ovile e sul muro, frammenti del bidone bianco e cartucce, borre e un caricatore di Kalashnikov.

Le indagini hanno portato poi a confutare la falsa denuncia di furto di bestiame fatta dalla famiglia di Roi (il padre del 31enne è indagato per simulazione di reato) all’indomani dell’omicidio. La testimonianza del collega della vittima ha permesso di stabilire che il numero di ovini è rimasto invariato. A proposito scrive il gip che “la deliberata preordinazione di una falsa denuncia di furto di bestiame è palesemente finalizzata a dotare il delitto di un verosimile movente con chiaro scopo di depistare le indagini a suo carico”.

Inoltre, nella telefonata ai carabinieri il padre del presunto assassino racconta di aver trovato il cadavere del pastore, dicendo “l’hanno ammazzato”. Giuseppe Roi, però, al 118 racconta di una “persona sparata”, particolare singolare, poiché dalla posizione del cadavere (la fronte è coperta da un berretto) non è possibile stabilire che sia stato colpito da un colpo d’arma da fuoco, il foro del proiettile non è visibile. Solo chi ha sparato, sostengono gli inquirenti, può saperlo. Infine, dall’esame delle celle telefoniche è stato stabilito che Roi era lì al momento del detto.

“Si tratta – ha spiegato il procuratore Cataldo Motta – di un processo indiziario, in cui però gli indizi sono numerosi, gravi e concordanti. L’assassino ha sparato accentando il rischio di colpire il pastore, in quello che tecnicamente si chiama dolo eventuale. La testa era visibile, non si può parlare di colpa cosciente. E’ stato un gioco mortale e criminale”.

E’ stata dunque risolta una difficile partita a scacchi giocata da un team di esperti come il pm Giuseppe Capoccia, il maggiore Saverio Lombardi, il capitano Biagio Marro e il maggiore Nicola Fasciano. Un poker di esperienze, competenze e professionalità con un passato fatto di innumerevoli casi risolti e di criminali assicurati alla giustizia, partendo dal presupposto che ogni dettaglio, seppur all’apparenza insignificante, può rivelarsi fondamentale. Perché, parafrasando Sir Arthur Conan Doyle: escludendo l’impossibile in ciò che resta, seppur improbabile, si nasconde la verità. Anche di questo delitto.

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