Cronaca Centro

Nuovi poveri, tenaglia del bisogno avvicina il centro alla periferia

Nell'ambito delle celebrazioni nazionali per i 40 anni della Caritas italiana, pubblica il volume "Impoveriti". La ricerca traccia la nuova povertà in città, che adesso coinvolge le famiglie ritenute fino ad ora non a rischio

LECCE – Impoveriti. Non lo si direbbe passeggiando per le vie nel centro di Lecce, con i Suv fermi al semaforo, le signore tacchi a spillo a guardare le vetrine imbottite di griffe firmate, i ragazzini a pigiare le tastiere degli smartfhone, e quell’aria falsamente natalizia che allontana (o ignora) lo spauracchio della recessione tutt’altro che lontana. E invece il primo rapporto sulla povertà ed esclusione sociale a Lecce, Impoveriti, la pubblicazione (edizioni Milella) che s’inserisce nell’ambito delle celebrazioni nazionali per i 40 anni della Caritas italiana, parla chiaro: “Queste prime analisi danno il chiaro segnale che anche a Lecce la povertà è entrata drammaticamente nelle famiglie, visto che in difficoltà non sono più soltanto le persone sole, prive di lavoro e sostegno parentale, ma anche coloro che vivono in famiglia, anche quelle che, fino a qualche tempo fa, si ritenevano fuori dall’area di rischio e che oggi fanno i conti con un impoverimento progressivo e difficile da arginare. Nasce una uova relazione tra famiglia e povertà”.

E’ uno stralcio delle considerazioni, alla luce dei dati, di Serena Quarta, dottore di ricerca del Dipartimento di Scienze sociali e della Comunicazione dell’Università del Salento, che ha collaborato alla stesura del volume con un capitolo dedicato proprio ai cambiamenti del fenomeno povertà a Lecce. Volume che la Caritas diocesana presenterà questa sera, alle 17,30 presso l’Hotel dei congressi “Tiziano”. All’incontro parteciperanno Domenico Umberto D’Ambrosio, arcivescovo di Lecce, monsignor Giuseppe Pasini, presidente della Fondazione E. Zancan, e già direttore della Caritas Italiana, Maria Mancarella, docente del Dipartimento di Scienze Sociali e della Comunicazione dell’Università del Salento, don Attilio Mesagne, direttore della Caritas Diocesana di Lecce e don Elvino De Magistris vicedirettore della Caritas Diocesana di Lecce. Ruolo chiave, nello studio sulla povertà, lo hanno avuto centri d’ascolto della Caritas, a cui ogni giorni si rivolgono disoccupati, intere famiglie, pensionati, anziani e immigrati. E il dato preoccupante che emerge è che poveri oggi lo si è perfino con un lavoro, con chi guadagna 800 euro al mese per tirare avanti con a seguito moglie e figli.

Spiega Serena Quarta: “Considerando la differenza di cittadinanza, possiamo affermare che gli italiani che si rivolgono ai Centri ascolto della Caritas a Lecce sono donne e uomini in età lavorativa, con famiglia, in prevalenza disoccupati ma anche lavoratori, spesso precari, con un reddito molto basso che non consente di far fronte alle necessità della famiglia. Sono frequentemente persone relativamente giovani, nel pieno della fase attiva della vita, magari anche con un curriculum di studi alle spalle e nessuna prospettiva, nessuna sicurezza per l’oggi e nemmeno per il domani, ma sono anche anziani, la cui pensione non consente una vita dignitosa. Vivono in famiglia - scrive il dottore di ricerca - frequentemente costituita dai coniugi e uno o due figli, hanno un domicilio stabile, quasi sempre in affitto, ma non riescono a coprire le spese che comporta la gestione di una casa e di una famiglia. Sono pensionati ma anche soggetti appartenenti alla fascia d’età solitamente considerata la più produttiva che, per disoccupazione o sotto-occupazione, entrano in un’area di marginalità finendo per non riuscire ad affrontare più la situazione diventata sempre più critica e a volte assolutamente drammatica”.

Tre profili di povertà: disoccupati, pensionati, casalinghe.

Alla luce dei risultati emersi dall’elaborazione dei dati sulla condi­zione lavorativa, la ricerca ha concentrato l’attenzione sulle tre tipologie di utenti che più di altre si rivolgono ai centri di ascolto della Caritas: disoccupati (68,1%), pensionati (10,9%) e casalinghe (8,6%). I primi sono stati presi in considerazione perché sono la categoria di persone in assoluto più presenti nell’utenza Caritas di Lecce; i pensio­nati e le casalinghe invece, caratterizzano i nostri connazionali (pensio­nati 29,1%, casalinghe 20,8%) rispetto agli stranieri (pensionati 0,7%, casalinghe 1,7%).

E gli stranieri a Lecce? “Sono invece più giovani, più istruiti ed è evidente che il loro arrivo in Italia – spiega ancora Quarta - nasce dalla necessità di trovare lavoro. Non accedendo ad alcun ammortizzatore sociale sono penalizzati. Anche loro come gli italiani vivono in famiglia e sono pochi quelli che hanno i figli in patria. Oltre alla problematica economica e lavorativa, hanno una notevole difficoltà legata ai problemi di immigrazione che vanno dal ricongiungimento familiare alla difficoltà del mantenimento della famiglia di origine fino alla irregolarità giuridica”.

Gli stranieri che dichiarano il loro stato di disoccupazione sono giova­ni che arrivano in Italia da soli e che vivono insieme ad altri connazionali. A differenza degli italiani sembrerebbero vivere una maggiore situazione di solitudine (il 36,7% dichiara che il nucleo familiare è composto solo da chi compila la scheda Caritas), probabilmente però c’è un problema di interpretazione della domanda; venendo in Italia da soli ed avendo i familiari in patria, nella risposta indicano la situazione contingente in cui vivono: insieme ad altri connazionali in casa presa in affitto da privati. La situazione relativa al reddito descrive la drammaticità in cui vivo­no gli stranieri: il 72,6% non percepisce alcun reddito. E la povertà dei disoccupati stranieri sembra definibile in maniera più immediata: sono giovani che arrivano nel nostro paese, condividono una casa insieme a connazionali senza essere legati da alcun vincolo familia­re tra di loro e non riescono ad entrare nel mercato del lavoro.

Come cambia la povertà. Dallo studio emerge poi che i se prima i poveri erano i disoccupati, i senza fissa dimora, le persone prive di ogni forma di sostegno, oggi definire chi sono i poveri diventa quanto mai difficile: sono anche uomini e donne che lavorano, hanno una famiglia, un impiego e un reddito, ma che comunque non ce la fanno a gestire le tante esigenze economiche e non solo, e non riescono ad arrivare alla fine del mese.

Nel capitolo “Una situazione di normale povertà” il concetto è drammaticamente chiaro: “Si può essere poveri pur avendo casa e lavoro. La povertà da lavoro (working poor), ormai presente anche nel Mezzogiorno, costituisce oggi una delle emergenze sociali più rilevanti a causa dell’allargamento del fenomeno non solo dal punto di vista quantitativo ma anche perché interessa categorie e classi sociali che, solo pochi anni fa, potevano considerarsi al sicuro da qualunque rischio. Ci riferiamo al fenomeno dell’impoverimento dei ceti medi, poveri nonostante un reddito, nonostante facciano l’impossibile per non darlo a vedere, per non farsi bollare come tali. Un fenomeno che colpisce in particolare la famiglia, usata in questi anni come ammortizzatore sociale, senza mai darle forme di sostegno adeguate”.

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