Domenica, 20 Giugno 2021
Cronaca

Preso alla frontiera ungherese il latitante della Scu Antonio Pellegrino

Il 41enne di Squinzano era ricercato sia per l'operazione "Vortice Déjà Vu" dei carabinieri del Ros e del comando provinciale di Lecce, sia per "White Butcher", più di recente portata a termine dalla guardia di finanza di Brindisi su un vasto traffico internazionale di stupefacente

UNGHERIA – Documenti falsi e una cospicua somma di 25mila euro in contanti. Ma l’appariscente tatuaggio sul collo di uno scorpione l’ha tradito e così non è riuscito a varcare la frontiera. L’esame sulle impronte digitali ha fugato ogni dubbio residuo: davanti alla polizia ungherese c’era Antonio Pellegrino, il 41enne di Squinzano, ricercato sia per l’operazione “Vortice Déjà Vu” dei carabinieri del Ros e del Comando provinciale di Lecce, sia per “White Butcher”, più di recente portata a termine dalla guardia di finanza di Brindisi.

Pellegrino, ritenuto fra i reggenti dell’omonima frangia della Scu, questa mattina intorno alle 13 è stato avvistato presso il posto di frontiera di Nagylak, al confine con la Romania. Gli agenti ungheresi si sono così coordinati con il Raggruppamento operativo speciale dell’Arma e con il Servizio di cooperazione internazionale di polizia del ministero dell’Interno. Una volta avuta la certezza che si trattasse del ricercato, sono scattate le manette. Con lui c’erano altri due squinzanesi, che sono stati rilasciati dopo vari accertamenti. All’appello ora manca suo fratello, Patrizio, di 44 anni. Anch’egli, infatti, è latitante dallo stesso periodo.   

Pellegrino era sfuggito nel novembre del 2014 all’esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare emessa nell’ambito dell’operazione “Vortice Déjà Vu”. Fu il primo atto di un’inchiesta che si sarebbe poi allargata, seguita da una seconda operazione nel marzo scorso, più da altre ricerche a caccia dei vari latitanti. Antonio Pellegrino, a seguito di quella sua prolungata irreperibilità, era dunque colpito da un mandato d’arresto europeo perché indagato per associazione mafiosa, traffico internazionale di stupefacenti, abuso d’ufficio e altri reati.

L’arresto di oggi scaturisce dalle attività investigative del Ros con il Servizio di cooperazione internazionale di polizia, la Direzione centrale per i servizi antidroga e le altre forze di polizia europee.

Il contesto 

L’operazione “Vortice Déjà Vu” risale all’11 novembre del 2014. I carabinieri del Ros e del Reparto operativo e Nucleo investigativo all’alba di quel giorno eseguirono, in provincia di Lecce e in altre località, un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip su richiesta della Direzione distrettuale antimafia di Lecce, nei confronti di ventisei indagati, appartenenti a vari clan, ritenuti responsabili di una serie notevole di reati.           

I provvedimenti cautelari erano scaturiti da due distinte attività d’indagine, riunite in un unico procedimento, condotte dal 2008 al 2012 dal Ros (“Vortice”) e dal Nucleo investigativo (“Déjà Vu”), con il coordinamento della Direzione centrale per i servizi antidroga per il filone attinente il traffico internazionale di stupefacenti.

I gruppi finiti nel mirino, quelli da sempre fra i più attivi, ovvero composti da esponenti residenti in  comuni del nord Salento quali Squinzano, Campi Salentina, Trepuzzi e altri. Oltre ai ventisei destinatari delle misure cautelari, erano risultate indagate altre 52 persone, fra cui anche tre pubblici amministratori, per corruzione, falso e abuso d’ufficio.

I carabinieri in quel periodo misero sotto stretta osservazione le attività illecite gestite dal clan Pellegrino di Squinzano, capeggiato da Francesco Pellgrino, alias “Zù Peppu”, 62enne, ergastolano, e retto all’esterno da Sergio Notaro (anch’egli fermato di recente in latitanza) e dai fratelli Patrizio e Antonio Pellegrino, quest’ultimo scarcerato il 18 marzo 2010 per espiazione della pena.

IMG-20150525-WA0000-3Non solo. I militari, in tutto questo tempo, hanno anche annotato anche l’influenza esercitata nell’area dallo storico boss Giovanni De Tommasi, capo indiscusso della Scu leccese, attraverso direttive impartite nel corso dei colloqui carcerari con la moglie Ilde Saponaro. Il presunto sodalizio avrebbe svolto estorsioni, usura, spaccio di stupefacenti e avrebbe gestito anche il gioco d’azzardo. Fiorente, in particolare, il traffico internazionale di cocaina, hashish e marijuana con approvvigionamenti in Francia, tramite i contatti mantenuti da Cyril Cedric Savary (anch’egli in seguito arrestato) con fornitori colombiani e spagnoli.

Le partite di droga, importate con corrieri a bordo di automezzi, sarebbero state gestite da due distinti gruppi, rispettivamente inquadrati nei clan De Tommasi per Campi Salentina e Pellegrino (con Notaro) per Squinzano, che avrebbero poi provveduto alla cessione al dettaglio e alla distribuzione ad altri gruppi fra Lecce, Brindisi e Taranto.

Fra i progetti del clan, sembra che vi fosse anche quello di aprirsi un varco anche sulle piazze danesi e tedesche. Tutto stroncato sul nascere dall’operazione di novembre. In tale contesto, nella fase preliminare delle indagini, erano stati recuperati, nel corso di varie operazioni sul territorio nazionale, un totale di 10 chili e 400 di cocaina e 300 di marijuana.

Parte dei proventi sarebbero stati reinvestiti per finanziare un’attività abusiva di “cambio assegni” e un ingente giro di usura, gestito prevalentemente da Sergio Notaro e Fabio Caracciolo, con l’erogazione di prestiti persone che, anche con violenze e minacce, sarebbero poi state indotte a corrispondere tassi di interesse elevati.

Inoltre, sempre nel corso delle fasi preliminari dell’attività investigativa, altri tredici soggetti erano stati arrestati in flagranza di reato e tre erano state raggiunte da un provvedimento di custodia cautelare per il duplice tentato omicidio di Luca Greco e Marino Manca.

Particolarmente complesse le ricostruzioni, secondo cui vi sarebbero state contrapposizioni, nella zona di Squinzano, tra il clan Pellgrino e il gruppo capeggiato da Marino Manca, già affiliato al clan De Tommasi, culminate nel tentato omicidio perpetrato da Salvatore Milito e Michele Intermite, arrestati dai carabinieri del Nucleo investigativo rispettivamente il 26 settembre del 2012 e il 17 novembre dello stesso anno, nei confronti di quest’ultimo e di un altro presunto sodale, Luca Greco. Tutto seguito da ulteriori episodi intimidatori, con il rischio di una vera e propria guerra per il controllo delle attività criminali fra Campi Salentina, Squinzano, Trepuzzi e Casalabate.

L’inchiesta ha anche ricostruito i ristabiliti rapporti, al termine di un cruento contrasto, tra il clan De Tommasi e quello dei Tornese di Monteroni di Lecce. Il contrasto tra i due clan, iniziato negli anni Ottanta e protrattosi nel decennio successivo, era stato caratterizzato da numerosi episodi delittuosi. Il primo in tal senso è del 12 agosto 1989, aquando venne ucciso Ivo De Tommasi, fratello del boss Giovanni, per mano di Francesco Santolla, personaggio di spicco del clan Tornese.

A tale omicidio seguirono diversi episodi violenti, tra i quali figura l’omicidio, verificatosi a Veglie il 18 maggio 1996, di Romualdo Santolla, allora 17enne, estraneo a dinamiche criminali, figlio di Francesco. L’inchiesta, una delle più vaste degli ultimi anni, ha infine svelato presunte collusioni del clan Pellgrino con alcuni esponenti dell’amministrazione comunale di Squinzano, che sarebbero stati funzionali a favorire l’organizzazione in vari modi, compresa l’assegnazione indebita di alloggi popolari e altre utilità.

E non finisce qui. Antonio e Patrizio Pellegrino rispondono anche di un traffico internazionale di droga con il Sudamerica. Una vicenda sulla quale ha indagato la guardia di finanza di Brindisi e per la quale, secondo il procuratore Cataldo Motta, "agivano a titolo personale".

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