Martedì, 3 Agosto 2021
Cronaca

Processo “Cinemastore”: il legale di Nisi all’attacco sulle intercettazioni

L'avvocato di Roberto, uno dei due fratelli ritenuti con Pasquale Briganti alla testa di un clan molto attivo, ha chiesto l'inutilizzabilità di diversi atti di indagine. Il fratello Giuseppe, in abbreviato, è stato condannato a 14 anni

LECCE – Si è aperto oggi il processo con rito ordinario scaturito dall’operazione “Cinemastore”, che ha documentato il presunto processo di espansione di uno dei clan della Scu, operante a Lecce e in alcune zone del brindisino e legato alla figura di Pasquale Briganti, 42 anni, e dei fratelli Roberto e Giuseppe Nisi. Il legale di Roberto Nisi (Giuseppe è già stato condannato a 14 anni in abbreviato), l'avvocato Cosimo Rampino, ha chiesto l’inutilizzabilità delle intercettazioni telefoniche che lo riguardano, poiché sarebbero illegittimi i decreti che le hanno disposte per difetto di motivazione, e l’inutilizzabilità di diversi atti d’indagine.

L’operazione ha evidenziato, secondo gli inquirenti, la capacità della Sacra corona unita di continuare, nonostante gli arresti operati dalle forze dell’ordine e l’attività incessante di contrasto, a rinascere dalle proprie ceneri e rimanere radicata nel territorio e nella realtà salentina. Il processo scaturisce da tre anni d’indagini, condotte – come aveva sottolineato il procuratore Motta – con grande capacità investigativa dagli agenti della squadra mobile di Lecce, guidata da Michele Abenante. Come negli anni più difficili della lotta alla mafia, la tranquilla notte del capoluogo era stata bruscamente interrotta dalle sirene delle auto degli agenti di polizia impiegati nell’esecuzione di 41 ordinanze di custodie cautelare in carcere emesse dal gip Alcide Maritati su richiesta del procuratore della Repubblica Cataldo Motta e dal sostituto Guglielmo Cataldi. L'accusa, a vario titolo, era di associazione per delinquere di stampo mafioso finalizzata al traffico e allo spaccio di sostanze stupefacenti, gioco d’azzardo, tentata rapina, tentata estorsione, riciclaggio e detenzione di arma comune da sparo.

Giuseppe Nisi (1)-2 Secondo l’ipotesi accusatoria l’associazione si caratterizzava per la forza d’intimidazione dei suoi rappresentanti e per la conseguente condizione di assoggettamento e di omertà sia all’interno di essa che all’esterno, utilizzata per la commissione di delitti, per il controllo del territorio di Lecce e paesi limitrofi, per la gestione di varie attività criminose. L’attività investigativa (62 le persone indagate complessivamente) è iniziata dopo l’omicidio di Antonio Giannone avvenuto la sera del 6 aprile del 2009 e il successivo attentato compiuto ai danni della videoteca Cinemastore pochi giorni dopo.

Le indagini hanno permesso di accertare, secondo gli inquirenti, l’appartenenza degli affiliati alla Scu, all’interno della quale i fratelli Nisi assumevano, al pari del Briganti, il controllo delle attività illecite, tra cui la riscossione del “punto”, ossia la tangente sul commercio della droga operato da soggetti non inseriti BRIGANTI Pasquale[1]-2-2-4nell’organizzazione, ma di fatto assoggettati al pagamento della tassa nei confronti dell’organizzazione che ha il controllo del territorio. Fondamentali, ancora una volta, le intercettazioni telefoniche e ambientali, anche di alcuni colloqui avvenuti all’interno di diverse case circondariali, oltre che servizi di osservazione, pedinamento e controllo degli indagati e l’utilizzo delle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia.

Un ruolo importante lo avevano anche le donne, capaci di fungere da referenti esterni durante la reclusione dei mariti, come nel caso di Carmela Merlo (moglie di Roberto Nisi) e di Simona Sallustio (moglie di Salvatore Caramuscio, nome storico della Scu), condannate rispettivamente a 4 anni e cinque mesi e 2 anni. La forza del gruppo si evidenziava attraverso le propaggini negli atri sodalizi criminali, in base a quella “pax mafiosa” che da alcuni anni caratterizza la quarta mafia pugliese.

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