Giovedì, 5 Agosto 2021
Cronaca

Regali, promesse e sentenze pilotate. A febbraio giudici e legali a processo

I 21 imputati sono accusati di associazione per delinquere, falso, abuso d'ufficio e corruzione. La vicenda nasce da presunti scambi di favore tra giudici di pace di Bari e provincia. Un sistema che il sostituto procuratore di Lecce, Elsa Valeria Mignone, ha definito "clientelare"

Foto di repertorio

LECCE – Si aprirà il prossimo 3 febbraio, dinanzi ai giudici della seconda sezione penale del Tribunale di Lecce, il processo nato dall’inchiesta sui presunti accordi e scambi di favore che tra il 2006 e il 2008 avrebbero “aiutato e orientato nelle decisioni” alcuni giudici di pace tra Bari e provincia. Quello ipotizzato dal sostituto procuratore della Repubblica di Lecce, Elsa Valeria Mignone, è un vero e proprio “sistema” clientelare, fatto di regali, intese, promesse reciproche e sentenze pilotate. In ventuno sono finiti a giudizio con l’accusa, a vario titolo (oltre venti i capi d’imputazione), di associazione per delinquere, falso, abuso d’ufficio e corruzione in atti giudiziari, con l’aggravante delle modalità mafiose.

Si tratta, in particolare, dei giudici di pace (o ex in alcuni casi) Vito Squicciarini, 57 anni; Gaetano Consoli, 78 anni; Luigi Ferri, 69 anni; Giuseppina Rucco, 71 anni; Letizia Serini, 47 anni; Roberto Sorino, 78 anni; Roberto Cristallini, 47 anni (prosciolto per uno dei capi d’imputazione contestati). Dinanzi ai giudici dovranno presentarsi anche il got Deborah Semidoppio, 36 anni; e l’ex giudice Domenico Ancona, 59 anni. Con loro anche alcuni avvocati e coloro che avrebbero svolto il ruolo di presunti intermediari: Stefano Cea, Eugenio Di Desiderio, Alfredo Fazzini, Vito Barbieri, Luigi Ferri, Pietro Girone, Arianna Giuliano, Raffaele Mascolo, Francesco Moramarco, Cipriano Popolizio, Vincenzo Sergio e Leonardo Sesta.

Le sentenze sarebbero state scritte di comune accordo con gli avvocati di chi intentava la causa, oppure semplicemente “aggiustate” o “pilotate” per fare un favore a qualche amico. In alcuni casi gli imputati avrebbero ricevuto aragoste, salmone, caviale e champagne per le festività natalizie, il tutto in cambio della restituzione della patente revocata ai sorvegliati speciali. L’inchiesta ha avuto inizio proprio da un caso del genere, relativo al boss Bartolomeo Dambrosio, assassinato il 6 settembre 2010 nelle campagne di Altamura, nella Murgia barese. Il procedimento è stato per competenza nel capoluogo salentino, è stata portata a termine dopo due anni di indagini condotte da parte del sostituto procuratore Elsa Valeria Mignone, all’epoca alla Direzione distrettuale antimafia leccese. Nel processo si è già costituito parte civile il Comune di Bari, assistito dall’avvocato Luigi Covella.

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