Giovedì, 29 Luglio 2021
Cronaca

Polizia penitenziaria con il lutto al braccio. I sindacati boicottano la festa annuale

Le celebrazioni del corpo di polizia hanno incrociato il malumore della protesta. I manifestanti voltano le spalle al provveditore pugliese del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria mentre sta lasciando la casa circondariale leccese

La protesta mentre il provveditore lascia il carcere (foto Gabriele De Giorgi).

LECCE – A rovinare “la festa” per l’annuale celebrazione del corpo di polizia penitenziaria ci hanno pensato loro, i sindacati che rappresentano buona parte degli agenti in servizio. La contestazione all’ingresso del carcere di Borgo San Nicola dei manifestanti (molti dei quali con un nastrino nero al braccio) appartenenti alle varie sigle – Osapp, Sappe, Uil penitenziari, Sinappe, Ugil - è servita a ricordare come sotto il tappeto la polvere sia tanta.

Perché oltre agli encomi da parte del provveditore pugliese del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Giuseppe Martone, rivolti al personale che si è particolarmente distinto per le attività in servizio, c’è un intero corpo che vive in condizioni di affanno se non di quotidiana emergenza. E per il quale – questa la denuncia - si fa “poco o nulla”. L’alto funzionario ha partecipato alla cerimonia all’interno della struttura penitenziaria, disertata invece dal fronte sindacale che, tra l’altro, gli rimprovera di aver imposto l’anticipazione di un’ora del secondo turno di lavoro, dalle 12 alle 11 (con straordinario pagato) per favorire un maggiore afflusso nella sala conferenze.

Cinque sono i suicidi dei poliziotti negli ultimi cinque mesi, addirittura 130 in tutto il Paese, dal 2000 fino ad oggi. Le politiche dell’ amministrazione centrale e di quella regionale, del resto, avrebbero ora come obiettivo prioritario la rincorsa all’applicazione della sentenza “Torreggiani” emessa dalla Corte europea dei Diritti dell’uomo e relativa alle condizioni di detenzione delle carceri italiane: nel dettaglio la Corte di Strasburgo, l’ 8 gennaio 2013, ha condannato il nostro Paese a risarcire sette ricorrenti per il trattamento ‘disumano e degradante’ subito durante la permanenza negli istituti penitenziari di Busto Arsizio e di Piacenza. E non è certo questo l’ultima caso giudiziario che ha messo a nudo le inadempienze dell’Italia in tema di condizione detentiva, tema che ricorre con frequenza negli interventi del Presidente della Repubblica: lo stesso Tribunale di sorveglianza di Lecce aveva messo a nudo la situazione, che peraltro non è sconosciuta date le continue segnalazioni di associazioni, sindacati e operatori.

penitenziaria 002-2“La sentenza comporta uno stravolgimento delle condizioni di detenzione cui non siamo preparati –  ha spiegato Ruggiero Damato, segretario provinciale Osapp -. Ai detenuti è riconosciuto il diritto di circolare nei locali adiacenti alle celle (sezioni aperte, ndr), ma sempre sotto la sorveglianza del poliziotto di turno. Avevamo concordato, insieme all’amministrazione, di affiancare un sistema di videosorveglianza e di allarme, ma il supporto tecnico non è stato ancora predisposto”. Le mansioni dei poliziotti rappresentano il vero nodo della protesta, se è vero  - come racconta il sindacalista - che in occasione della maxi rissa tra detenuti scoppiata nel carcere di Lecce il giorno di Pasqua, l’allarme è stato lanciato telefonicamente a causa dell’assenza di un vero sistema computerizzato: “L’unica soluzione è quella di privatizzare le carceri come avvenuto nel resto d’Europa. In Italia, invece, i poliziotti sono snaturati nelle loro funzioni e devono occuparsi anche della vigilanza ordinaria”.

Il presidio sindacale ha atteso all’esterno della struttura che la cerimonia avesse fine e quando l’Alfa Romeo con a bordo il provveditore ha varcato il cancello automatico è stata lasciata passare tra due file di agenti voltati di spalle, in segno di protesta. Diversi sono i punti iscritti nell’agenda delle criticità: dal deterioramento delle relazioni sindacali ai gravi rischi per la sicurezza e incolumità, dal mancato adeguamento delle strutture alla gestione dei detenuti, ridotta ad una sorta di “contabilità di posti letto” con conseguenti scelte “irrazionali, come l’onerosa ristrutturazione di un plesso detentivo esterno alla casa circondariale per detenuti affetti da patologie psichiatriche e in molti casi socialmente pericolosi, senza previsione di incremento di organico, già di suo carente”.

A Martone viene contestato anche il trasferimento dei detenuti con procedimenti penali in corso in carceri esterne al circondario, pure in presenza di un parco automezzi riconosciuto assolutamente inadeguato dallo stesso provveditore, di un organico del personale insufficiente e influendo negativamente sui carichi di lavori, sulla sicurezza del personale e sulla spesa pubblica”.

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