Giro di vite contro la violenza sessuale. E per le vittime percorsi dedicati

Asl e Procura hanno firmato un protocollo che contiene precise indicazioni, sia a fini clinici che per la raccolta di materiale probatorio

A sinistra, Silvana Melli. Di fronte Elsa Valeria Mignone e Cataldo Motta.

LECCE - Ecchimosi, escoriazioni, lesioni, spesso di modesta entità nascondono un reato terribile come l'abuso delle donne e dei minori. La refratterietà alla denuncia fa il resto e il reato si consuma e si ripete impunemente.

Sono infatti ancora molti, troppi, i casi che sfuggono alla casistica, tanto che la media di procedimenti per violenza sessuale è più o meno la stessa negli anni: 149 tra il 1 luglio 2015 e il 30 giugno 2016 (di cui 34 vedono minorenni come vittime, in 113 casi si è risaliti all'identità dell'autore), a fronte dei 160 dei dodici mesi precedenti. Una diminuzione del 7 per cento, ma risalendo a ritroso nel tempo i numeri disegnano una traiettoria con oscillazioni costanti: 133, 157, 124.

Quella che però è aumentata nel corso dell'ultimo decennio in particolare è l'attenzione per questo tipo di violenza e le attività di sensibilizzazione si sono moltiplicate per cercare di eradicare un fenomeno diffuso e il più delle volte sommerso. Asl e Procura della Repubblica hanno firmato oggi un protocollo d'intesa da applicare in tutti i casi di presunta violenza sessuale. Lo scopo è duplice: da una parte gestire le vittime garantendo le terapie necessarie ma anche un'accoglienza adeguata alla delicatezza della questione, dunque nel pieno rispetto della privacy, dall'altra mettere l'autorità giudiziaria in condizioni di essere tempestiva nelle indagini ed efficace in sede processuale.

Come fare tutto ciò è contenuto in un documento redatto da Alberto Tortorella, responsabile per la la Asl della gestione del rischio clinico e medico legale con una lunga esperienza sul campo, e sottoscritto negli uffici di viale De Pietro dal procuratore della Repubblica, Cataldo Motta, e dalla direttrice generale dell'azienda sanitaria, Silvana Melli, alla presenza del sostituto procuratore Elsa Valeria Mignone, coordinatrice del pool Tutela delle fasce deboli. 

Il protocollo prevede tutta una serie di prescrizioni per il personale - dall'operatore del 118 all'infermiere addetto al triage fino al ginecologo - che vanno dalla raccolta di materiale fotografico dei reperti non biologici (ad esempio i vestiti), alla creazione di una sala riservata per l'approccio al paziente (a breve a Gallipoli il primo percorso del cosiddetto "codice rosa"), alle procedure di prelievo e classificazione di tutti i campioni.

Un aspetto da sottolineare riguarda la denuncia di reato: in caso di dubbio tra reato punibile a querela della parte offesa (come generalmente è la violenza sessuale, ma la casistica è complessa) e reato procedibile d'ufficio (stalking aggravato, lesioni gravi), il personale deve comunque inoltrare la segnalazione all'autorità giudiziaria. Un modo, sembra, per mettere in condizione i magistrati di superare il grosso limite rappresentato dalla necessità di denuncia da parte della vittima di violenza sessuale.

Secondo il Codice di procedura penale vigente i pubblici ufficiali (forze dell'ordine) e gli incaricati di pubblico servizio (medici, infermieri, soccorritori), hanno l'obbligo di fare denuncia per iscritto se hanno notizia di un reato perseguibile d'ufficio nell'esercizio delle loro funzioni. 

Le dichiarazioni.

Secondo Silvana Melli, con il protocollo firmato oggi "è stata fissata una base solida su cui, nel prossimo futuro, potrà essere realizzata la Rete Territoriale Antiviolenza, il sistema complesso che metterà in connessione istituzioni, forze dell’ordine, centri antiviolenza e privato sociale per affrontare e gestire ogni tipo di violenza contro le fragilità: donne, anziani, minori, disabili, omosessuali. Per far questo, l’Asl comincerà con il rafforzare la propria rete aziendale, coinvolgendo i dipartimenti che si occupano di dipendenze patologiche e salute mentale e puntando su un importante piano di formazione del personale".

Il procuratore Cataldo Motta ha sottolineato la "regolamentazione attenta e dettagliata, con una visione non disgiunta dalle esigenze di tipo giudiziario sottese alla materia della violenza sulle donne". Il sostituto Valeria Mignone, ha definito il protocollo "un tesoro per chi poi si occuperà di fare le indagini, elemento indispensabile per l’acquisizione di dati e informazioni da usare in dibattimento. E’ fondamentale, ed è ciò che questo protocollo permette, riuscire a descrivere l'approccio corretto ai diversi casi in modo da oggettivizzare le caratteristiche della violenza".  

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Cruciale sarà anche "il ruolo dei medici di base e dei pediatri – ha rimarcato infine Alberto Tortorella – perché la diagnosi di casi di violenza, che non sempre vengono denunciati dalle vittime, va fatta innanzitutto sul territorio e solo, successivamente inserita in un contesto multidisciplinare".

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