Sabato, 18 Settembre 2021
Cronaca Vernole

Quel che resta del rogo. Alle Cesine si contano i danni

Sarebbero circa 30 gli ettari tra bosco e macchia mediterranea andati distrutti dalle fiamme. E sempre con più insistenza si fa strada l'ipotesi che l'incendio sia stato procurato dai piromani

Vignetta di Andrea Luceri-2

Il giorno dopo lo spaventoso incendio propagatosi nella notte tra domenica e lunedì scorsi all'interno dell'area protetta delle Cesine, a San Cataldo, si contano i danni. Che sono ingenti, anche se i numeri ufficiali relativi alle grandezza delle aree divorate dal fuoco saranno resi noti solo nelle prossime ore. Corpo forestale dello stato, vigili del fuoco e protezione civile, i tre raggruppamenti che con uomini e mezzi hanno combattuto per interminabili 15 ore contro le fiamme, stanno tuttora raccogliendo i dati sul verde protetto che lo spaventoso incendio ha distrutto in una notte.

Sono andati bruciati almeno una decina gli ettari tra bosco a pini d'Aleppo e macchia mediterranea e ancora 20 ettari di palude, canneto prevalentemente. Per non parlare degli animali che vivevano nell'area: a centinaia i nidi degli uccelli protetti bruciati dalle fiamme e con loro una infinità di altre creature il cui habitat naturale era proprio le Cesine. Ora, prima di rivedere il bosco di pini ad alto fusto, bisognerà attendere da sette a dieci anni, mentre più veloce sarà la crescita della macchia mediterranea e delle piante paludose, canne prevalentemente. Il potassio contenuto nel carbone è infatti un ottimo fertilizzante naturale, che garantirà alla vegetazione di crescere e riappropriarsi in fretta della zona. E intanto il sottobosco bruciato svela un altro aspetto della nostra inciviltà: un tappeto di bottiglie annerite dal fuoco che i volontari hanno raccolto per trasferire nelle discariche.

Inquietanti sono però le ipotesi sulla natura dell'incendio alle Cesine. Con il trascorrere delle ore trova conferma con sempre più insistenza la natura del dolo: almeno un paio di piromani sabato scorso avrebbero appiccato il fuoco in quella zona, ben sapendo che con il vento alle spalle, un tremendo e caldo Libeccio, la loro follia avrebbe trovato un fedele alleato. Ma perché si parla di due sciagurati? Perché i focolai sarebbero stati appiccati contemporaneamente proprio su due fronti ben distinti: la prima sorgente di calore sarebbe stata innescata all'interno dell'area dove è poi divampato l'incendio, mentre la seconda fonte nei pressi della zona palustre. Sempre nel campo delle ipotesi, chiaro sarebbe stato a quel punto l'obiettivo dei mitomani: far incontrare i due incendi e aprire le porte all'inferno. Fortunatamente gli interventi dei soccorsi, encomiabili, hanno evitato che le fiamme continuassero il loro cammino devastante in lungo e largo tra San Cataldo e San Foca.

Ma quali sono le tecniche utilizzate dai piromani? Sarebbero due le più in voga, se si esclude il classico straccio imbevuto di liquido infiammabile: la prima consiste nello svuotare metà sigaretta di tabacco, infilarci dentro un fiammifero con la testa zolfata verso l'alto per poi riporci dentro il tabacco precedentemente estratto. A quel punto non resta che accendere la sigaretta, tirate due boccate e gettare la cicca nel sottobosco. Il resto lo potete immaginare. L'altra opzione è imbevere un pezzo di cuoio di liquido infiammabile e poi appiccargli fuoco. Prima che la fiamma si esaurisca passerà del tempo, quanto basta per procurare un disastro.

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