“Hydra”, confisca di beni. Nuovo colpo ai De Lorenzis, re delle slot

Per i giudici la Oxo Games sarebbe controllata da due dei tre fratelli tramite prestanome e diretta emanazione della M.Slot, su cui già pendeva un'interdittiva antimafia. "Frodi e accordi con i clan"

RACALE – Operazione “Hydra”, nuovo atto. La vicenda, lunga e complessa, una battaglia giudiziaria che si trascina ormai da tempo a colpi di sequestri e dissequestri e che ruota attorno al lucroso settore del gaming, si può riassumere con due passaggi chiave, entrambi con lo stesso peso sulla bilancia. Il primo: la pericolosità sociale evidenziata dalla Direzione distrettuale antimafia di Lecce dei tre attori principali, i “re delle slot”, i fratelli Pietro Antonio, Saverio e Pasquale Gennaro De Lorenzis, rispettivamente 55, 45 e 48 anni, di Racale. Il secondo, la creazione di un nuova società, la Oxo Games, per continuare attraverso prestanome a dominare nel settore, dopo l’interdittiva antimafia piombata sulla M.Slot.

Dopo la revoca dei sigilli gennaio disposta a gennaio dalla Corte d’appello di Lecce per la Oxo Games, con dissequestro di beni e quote, la II Sezione penale del Tribunale di Lecce (presidente Fabrizio Malagnino, giudice Annalisa De Benedictis, giudice relatore Bianca Maria Todaro) ha accolto, almeno in una parte sostanziale, le contestazioni formulate, nate da indagini del Gico della guardia di finanza.

Video | I sigilli della guardia di finanza

È stata così disposta la confisca di prevenzione, ai sensi del codice antimafia, di tutte le quote societarie e dell’intero compendio aziendale della Oxo Games, costituito, tra l’altro, da oltre 1.500 slot machine fra centro e sud Italia, tre conti correnti e ventidue automezzi, più denaro contante rinvenuto dai finanzieri per circa 384 mila euro. Valore totale, circa 3 milioni e mezzo di euro.

La pericolosità sociale

Si diceva della pericolosità sociale. Emerge, per i giudici, in tutti e tre i casi, anche se attuale solo per Pietro Antonio De Lorenzis (tanto che sono stati proposti sorveglianza speciale e obbligo di soggiorno nel comune di residenza per due anni). Terminano, invece, nel 2012, le tracce e i riferimenti che portano agli altri due fratelli, Pasquale Gennaro e Saverio. L’aspetto particolare è che, almeno con riferimento al passato, è stata rilevata una contiguità con elementi di spicco della Sacra corona unita (quella gallipolina in primis, governata dal clan Padovano, ma non solo) che parrebbe certificata da numerose indagini e dichiarazioni di testimoni e collaboratori di giustizia.

Secondo quanto raccolto dagli investigatori, insomma, i fratelli De Lorenzis avrebbero intessuto negli anni precedenti una serie di rapporti con i clan dominanti nelle varie zone della provincia, per espandere il proprio dominio nel settore del gaming. Con elargizione di soldi e ottenimento di favori. Patti trasversali, si potrebbe dire, per mantenere la pax e coltivare i rispettivi interessi senza calpestarsi i piedi.

Chi c'è dietro la Oxo Games?

Diversamente va vista la situazione per la Oxo Games. Per i giudici, in considerazione delle prove raccolte, non si pongono dubbi sul fatto che la società possa essere riconducibile a Pasquale Gennaro e Saverio Lorenzis. Mentre, “nessun serio indizio è emerso nel pur corposo materiale istruttorio acquisito con riguardo al suo coinvolgimento nella vita aziendale” per quanto riguarda il maggiore dei fratelli, Pietro Antonio De Lorenzis, ritenuto, quindi, del tutto estraneo.

Per i finanzieri, e per quanto riconosciuto dai giudici, dunque, per “schermare” i proventi degli affari, sarebbe stata costituita appositamente una nuova impresa (la Oxo Games, appunto) solo formalmente intestata ai dipendenti dell’altra azienda, già colpita dall’interdittiva antimafia della Prefettura di Lecce, la M.Slot. Insomma, sarebbero stati usati prestanome, massimizzando i profitti, secondo le “fiamme gialle”, anche grazie al ricorso alla manipolazione fraudolenta e successiva distribuzione di apparecchi  elettronici  in  grado di frodare giocatori e fisco per centinaia di migliaia di euro di introiti fiscali (il cosiddetto Preu, prelievo erariale unico e tassazione sulle vincite).

Proventi da vecchie gestioni

I giudici leccesi, nel provvedimento, hanno precisato come le prove raccolte dagli investigatori siano state sufficienti a dimostrare il reimpiego nella società di salentina, oggi confiscata, dei proventi illeciti ottenuti da precedenti gestioni, anch’esse finite nel mirino, in passato. Erano sospettate, infatti, di essere il frutto di un accordo tra imprenditori e appartenenti alla Scu, per garantire protezione e “penetrazione” commerciale in tutti territori gestiti dai clan. Il tutto, in cambio di spartizione di guadagni, assunzioni e “regalie” agli esponenti mafiosi, come un prezioso anello in occasione delle nozze di una donna appartenente ad una delle famiglie di spicco della Scu gallipolina, ma anche auto e cure mediche agli altri componenti, o denaro nel momento della scarcerazione, più pagamento di emolumenti di avvocati.

Fra le varie contestazioni mosse, anche elargizioni a “fondo perduto” per finanziare iniziative imprenditoriali delle famiglie mafiose salentine, tra cui anche l’acquisto di strutture ricettive nella zona di Gallipoli, in cui la Scu avrebbe deciso di riciclare i proventi delle proprie attività criminali.

Evitare nuovi accertamenti

La costituzione della nuova società sarebbe avvenuta attraverso una macchinosa cessione di quote, studiata a tavolino, tra i reali proprietari e il loro prestanome, a un prezzo talmente “vantaggioso” da essere “palesemente incongruo”, con un pagamento rateale interminabile, senza alcuna liquidità iniziale, secondo modalità “fuori mercato”. Per i finanzieri, l’unico fine possibile, quello di mascherare una cessione strumentale per nascondere i patrimoni davanti a eventuali accertamenti (puntualmente arrivati).

Il Tribunale di Lecce, considerata la sproporzione tra i redditi del titolare della società (appunto, un prestanome), e il suo valore, e tenuto conto che, in realtà, questa altro non era che una ditta “pulita” creata proprio per consentire la prosecuzione delle attività del gruppo colpito da misure interdittive e di prevenzione antimafia, ha disposto, quindi, la confisca di quote e beni.

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