Domenica, 25 Luglio 2021
Cronaca

Rapinarono gioielleria fingendosi clienti, rintracciati grazie al web

Michael Maggi e Nicola Iurlo, 18enni di Brindisi, sono ritenuti i due giovani che, con una trovata originale, l'8 ottobre depredarono il negozio di preziosi "Garofalo", a Squinzano. Inchiodati dopo un'indagine davvero atipica

Latiano, immortalati mentre si suppone che stessero tentando una rapina.

 

SQUINZANO – Per incastrare due rapinatori originali, c'è voluta un'indagine atipica. Chi la dura, la vince. E così, alla fine, i carabinieri l'hanno spuntata. Sbirciando sul web. E dando nomi precisi a due volti ben delineati.

Entrambi 18enni, brindisini, Michael Maggi e Nicola Iurlo (quest’ultimo maggiorenne solo da pochi giorni), per la verità, erano già dietro le sbarre per una rapina ad un supermercato, il Dok di Bozzano, rione della loro città natale. Era il 16 ottobre scorso, quando furono rintracciati, grazie alla visione dei filmati. Li immortalarono in maniera tanto nitida, che non poterono fare altro che allungare i polsi verso le manette. Ma questo è niente, in fin dei conti. La loro posizione, infatti, è destinata ad aggravarsi, perché i carabinieri della compagnia di Campi Salentina, nel frattempo, gli hanno contestato anche un altro episodio, molto più anomalo, nella dinamica, non privo d'inventiva. Un fatto che risale esattamente ad otto giorni prima che fossero arrestati per l'assalto al supermarket: la rapina alla gioielleria “Garofalo” di via Baracca, nel pieno centro di Squinzano.

Maggi e  Iurlo, dunque, sono finiti nel registro degli indagati, dopo un’inchiesta che, a sua volta, s’è svolta in modo singolare. Quando i militari hanno capito che con metodi tradizionali difficilmente avrebbero cavato un ragno dal buco, infatti, hanno iniziato a fare ricerche su Internet. Per comprendere se anche in altre occasioni si fossero registrate rapine con un modus operandi simile a quello di Squinzano. E una traccia, alla fine, l’hanno trovata. Seguendo la quale sono arrivati alla soluzione del caso. Ma per capire bene tutta la storia, bisogna procedere con ordine.

La mattina dell’8 ottobre scorso, nella gioielleria squinzanese, la titolare, Maria Maddalo, vide entrare un ragazzo molto giovane, che si sarebbe poi scoperto essere Maggi. Questi, con modi educati che nulla lasciavano presagire rispetto alle reali intenzioni, chiese alla gioielliera di visionare alcuni braccialetti d’oro. Su uno di questi, avrebbe voluto che fosse inciso il nome “Francesca”.

Raccontò, infatti, che doveva fare un regalo. A breve avrebbe dovuto partecipare alla prima comunione della nipotina. Dissimulando vivo interesse, prese visione di alcuni preziosi, poi scelse un oggetto di suo gradimento e versò un acconto di 30 euro, per bloccarlo, senza ritirarlo subito. Recitò bene la sua parte, Maggi, perché, colto da improvvisa (studiata) titubanza, disse che sarebbe stato più utile tornare nel pomeriggio, con il cognato. Con cui avrebbe dovuto dividere la spesa per il regalo. Era doveroso che una decisione definitiva  fosse assunta  insieme .

La gioielliera non pensò mai che potesse essere tutta una messinscena, specie di fronte al versamento dei soldi. E, dunque, quando, intorno alle 19 della sera dello stesso giorno, vide Maggi tornare insieme ad un altro giovane, Iurlo, non batté ciglio. Così, con molta calma, recitarono la seconda parte della pièce teatrale con finale a sorpresa. Iurlo, visto il bracciale, prima sembrò essere d’accordo per l’acquisto, ma poi si fece venire un (finto) dubbio. E chiese di visionare altro. Poteva anche darsi che vi fosse qualcosa di meglio.

Così, i due fecero in modo che la donna aprisse un panno campionario con diversi preziosi. Srotolato quello, chiesero alla titolare di vedere altro ancora, e la donna tornò una seconda volta sul retro, dove giace  la cassaforte, mettendo sul tavolo ancora bracciali e collanine d’oro. In totale, in quel momento, di fronte ai loro occhi, i due ragazzi avevano gioielli per circa 10mila euro. Decisero che poteva andare bene così. Chiesero quindi per la terza volta di esaminare altri monili, e quando la donna si voltò di spalle, uno dei due la bloccò, cingendole il collo con un braccio, e l’altro estrasse dal borsello una pistola. Le intimarono di aprire le porte della gioielleria e di non chiamare i carabinieri. In questo modo, riuscirono a scappare agevolmente, salendo a bordo di una Citroen C3 nera, con cui avevano raggiunto poco prima Squinzano. L’auto fu vista da alcuni passanti, che però non annotarono la targa. L’assenza delle cifre, unita alla manca di un sistema di videosorveglianza interno ed esterno, rese subito l’inchiesta complicata.

Quando la titolare della gioielleria si recò in caserma per sporgere denuncia, le furono esibite foto segnaletiche di tutti i rapinatori già noti e residenti in zona. Nessuno di quelli corrispondeva al profilo dei giovani. Si era veramente ad un punto morto, sennonché, i carabinieri iniziarono a sondare i motori di ricerca, a caccia di articoli di giornali web che riferissero di rapine con una dinamica simile, essendo così peculiare. E qualcosa, in effetti, scoprirono. Non che la successione dei fatti fosse del tutto identica, ma alcuni elementi di un episodio ritenuto inizialmente marginale, li portò sulla strada giusta. Alcune testate web brindisine, infatti, riportavano che il 5 ottobre, a Latiano, le commesse di una gioielleria avevano allontanato due ragazzi molto giovani, in odore di essere rapinatori all’atto del sopralluogo che spesso precede l’assalto vero e proprio.

La vicenda si era svolta in questo modo: uno aveva fatto ingresso, chiedendo di visionare un gioiello per un regalo, in quel caso un orologio, per poi chiamare subito dopo il complice, e con questi effettuare una scelta più precisa, domandando di vedere anche altri preziosi. Ma qualcosa non funzionò. La recita, quella volta, non fu perfetta, le commesse percepirono una sorta di assenza d’interesse reale per quello che stavano mostrando, intuirono che potessero essere malintenzionati e minacciarono di chiamare i carabinieri.

I due ragazzi, a quel punto, uscirono e si dileguarono. Un episodio, in pratica, senza rilevanza penale, eppure la descrizione di quel fatto è tornata davvero utile. Perché, dopo aver consultato i carabinieri di Latiano ed aver avuto conferma sulla veridicità di quell’episodio, i militari di Campi seppero anche che la gioielleria, in quel caso, era dotata di sistema di videosorveglianza. Estrapolarono quindi alcuni fotogrammi, in cui i volti dei giovani si scorgevano in modo nitido, e cercarono di dar loro un nome, consultando tutti i comandi dell’Arma del brindisino e del leccese.

Non una ricerca semplice, ma comunque fruttuosa. Un maresciallo del nucleo investigativo di Brindisi li riconobbe senza ombra di dubbio, anche perché, qualche giorno prima della rapina a Squinzano, li aveva notati insieme a Brindisi, a passeggio sul lungomare. Identificati per Iurlo e Maggi, il resto è storia di queste ultime ore. Le loro fotografie sono state mescolate insieme con quelle di vari pregiudicati e, tutte insieme, mostrate alla signora Maddalo. Lei, in mezzo a tutti quei volti, ha puntato il dito in modo deciso verso di loro. E nelle rispettive carceri in cui erano già detenuti, sono andati a fargli visita i carabinieri di Campi. Questa volta, la sorpresa, l’hanno ricevuta loro. 

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