Lunedì, 15 Luglio 2024
Cronaca Lequile

Rapina sfociata nel sangue, confermato l'ergastolo ai due banditi

La Corte d'Assise d'appello di Lecce non ha modificato il verdetto inflitto in primo grado ai responsabili della morte di Giovanni Caramuscio, ex direttore di banca 69enne di Monteroni, avvenuta la sera del 16 luglio del 2021, davanti a uno sportello bancomat a Lequile

LEQUILE - Confermata la condanna all’ergastolo, e isolamento diurno per un anno, per i due uomini accusati della rapina sfociata nell’omicidio di Giovanni Caramuscio, ex direttore di banca 69enne di Monteroni, avvenuta la sera del 16 luglio del 2021, davanti a uno sportello bancomat a Lequile.
La sentenza è stata emessa oggi dalla Corte d’assise d’appello di Lecce, composta dal presidente Ettore Nesti, dal collega Domenico Toni e dai giudici popolari, in linea alle richieste del procuratore generale Antonio Maruccia. 
Insomma, anche stavolta è stata riconosciuta la responsabilità di entrambi gli imputati, Paulin Mecaj, 32enne di Lequile, e il compaesano Andrea Capone, di 29 anni, nella morte dell’uomo, sebbene a premere il grilletto di una pistola fosse stato solo il primo e il secondo avesse sempre dichiarato di essere all’oscuro della presenza di un'arma sul luogo del delitto.
Non appena saranno depositate le motivazioni (entro 90 giorni), gli avvocati difensori Raffaele De Carlo e Maria Cristina Brindisino (per Capone) e Stefano Prontera (per Mecaj), valuteranno il ricorso in Cassazione.
Il verdetto ha riconosciuto anche il risarcimento del danno in separata sede, parte del quale immediatamente esecutivo, ai familiari della vittima, assistiti dall’avvocato Stefano Pati.

Le indagini

I carabinieri, coordinati dal pubblico ministero Alberto Santacatterina, riuscirono a chiudere il cerchio sui responsabili nel giro di poche ore, soprattutto grazie alla visione dei filmati ripresi dalle telecamere di sorveglianza e al racconto di alcuni testimoni.
In particolare, due ore dopo l’omicidio, i militari piombarono nell’appartamento di Mecaj: era a torso nudo e stava lavando una maglietta. Non una maglietta qualunque, ma una compatibile a quella indossata dal rapinatore, ripreso dagli “occhi elettronici”. 
La possibilità che l’assassino vivesse nelle vicinanze del luogo del delitto, proprio come il 32enne, fu considerata in seguito all’ascolto di un giovane, il quale riferì di aver notato un individuo allontanarsi verso un pozzo con una busta bianca e ritornare a mani vuote, mostrando di conoscere la zona.
In quella busta recuperata dai carabinieri del comando provinciale di Lecce e dai vigili del fuoco c’erano gli abiti indossati dai banditi.
Non solo. In casa del 32enne, gli investigatori trovarono anche la pistola, una Beretta calibro 9.
Da un primo esame dei telefoni emerse inoltre che ci fossero stati diversi contatti con Capone, l’ultimo, il giorno della rapina, intorno alle 16.20.
Nel processo di primo grado, il pm Santacatterina tenne conto dei ruoli diversi di ciascun imputato, tanto da invocare condanne differenti (ergastolo per l’esecutore materiale e 22 anni per Capone), ma la Corte d'Assise (composta dal presidente Pietro Baffa, dalla collega Maria Francesca Mariano e dai giudici popolari), non fece distinzioni, infliggendo, il 6 dicembre del 2022, la stessa pena, la più alta possibile, esattamente come avvenuto oggi in Appello.

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