Tre colpi contestati, giudizio immediato per la banda del "buco"

Cannole, dove furono presi in flagranza, Caprarica, dove riuscì e Lizzanello, fallito. A ottobre prima udienza per i brindisini inchiodati dai carabinieri

LECCE – Il pubblico ministero della Procura di Lecce Giovanna Cannalire ha richiestp e ottenuto il giudizio immediato per i due brindisini Giuseppe Roberto Niccoli, di 61 anni e Salvatore Quinto, di 53 anni, e per l’ostunese Oronzo Sgura, di 55 anni. I tre furono arrestati in flagranza dai carabinieri delle sezioni operativa e radiomobile di Lecce, in collaborazione con i militari di Bagnolo del Salento, il 13 aprile scorso.

Dopo aver perforato di notte la parete dell’ufficio postale di Cannole, partendo da un immobile attiguo disabitato, fecero irruzione al mattino con pistola (poi rivelatasi un giocattolo), passamontagna e fascette, intenzionati a cogliere di sorpresa il direttore della filiale per rapinare le casse. Ma a essere colti di sorpresa furono proprio loro. I carabinieri, infatti, che già stavano indagando sul loro conto, avevano silenziosamente cinturato l’edificio, per tendere una trappola.

Tre gli episodi contestati

La mole di prove raccolte per questo episodio e altri due (anche se sono sempre stati sospettati di aver eseguiti molti più di appostamenti nei pressi di banche e uffici postali salentini), sono state ben più che sufficienti a saltare a piè pari il passaggio dall’udienza preliminare. Gli altri episodi di cui i tre sono accusati (sempre con la stessa tecnica del “buco”) riguardano la rapina consumata all’ufficio postale di Caprarica di Lecce del 23 gennaio scorso e quella tentata il 13 aprile successivo alla Credem di Lizzanello, sfumata per un problema tecnico dopo che era stato tutto preparato e il colpo pronto a essere eseguito: i sistemi informatici entrarono in tilt, quel giorno, con impossibilità di effettuare operazioni di cassa.

La prima udienza è stata fissata per il 7 ottobre ottobre, ma, intanto, i difensori dei tre, gli avvocati Danilo Di Serio, Serafino De Bonis e Giacomo Serio, stanno meditando se richiedere riti alternativi. Hanno quindici giorni di tempo per depositare le eventuali istanze presso la cancelleria del Tribunale di Lecce.

Tutto nato dal colpo di Caprarica

I primi elementi utili all’inchiesta sono arrivati dalle testimonianze del direttore e dei dipendenti della posta di Caprarica. Tutti hanno riferito come il bandito che quel giorno prese il responsabile per il braccio, fosse armato. Puntò l’arma in faccia e disse di stare calmo e fermo. “Non ti succederà niente”. Nella mano sinistra aveva una ricetrasmittente. Il direttore venne poi fatto sedere su una sedia: “Fai entrare gli altri”, gli fu intimato. Subito dopo, sempre sotto la minaccia dell’arma, aprì la cassaforte. Il direttore rispose all’ufficio centrale di teleallarme di Bari dicendo che l’allarme era partito per un erroneo inserimento del codice. Non avrebbe potuto fare altrimenti.

Sempre stando alle testimonianze, il “rapinatore con la pistola disse di avere delle fascette”. “Non vi leghiamo, sappiamo tutto di voi, anche che macchina avere, dove abitate, non chiamate nessuno se non passano dieci minuti”. Nel frattempo chiesero a tutti di spegnere i telefonini e di lasciarli sulla scrivania. Quello con il taglierino, invece, prelevò le banconote ma non si sarebbe accorto di due da 500 euro. Prima di andare via, il “rapinatore con la pistola” avrebbe voluto stringere la mano al direttore.

La svolta dalle videoregistrazioni

Una svolta nelle indagini è arrivata dalla visione delle videoregistrazioni estrapolate da un sistema installato nei pressi di un’abitazione. Quelle immagini hanno permesso ai carabinieri di individuare una Fiat Punto di colore grigio, vista più volte nei pressi della posta di Caprarica: risultava intestata a una concessionaria del Brindisino, ma la polizza assicurativa era a carico di Giuseppe Roberto Niccoli, volto noto alle forze dell’ordine perché venne arrestato in flagranza di reato il 6 settembre 2013 per rapina nella banca Carisbo di Reggio Emilia, assieme ad altri brindisini, accusati anche di sequestro di persona (Niccoli venne condannato in Appello alla pena di tre anni di reclusione il 5 gennaio 2018). La Fiat Punto è stata poi trovata a Brindisi, di fronte all’abitazione di Niccoli, a conferma del fatto che l’avesse effettivamente in uso.

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Conferma che Niccoli fosse a Caprarica il giorno della rapina, è arrivata anche dai tabulati telefonici. Gli stessi che hanno incastrato gli altri due. Lo stesso vale per la rapina organizzata nella banca Credem di Lizzanello. In questo caso, il gruppo avrebbe avuto la disponibilità di una Fiat 500 di colore scuro intestata a un familiare di Quinto (del tutto estraneo all’inchiesta) e gravata da fermo amministrativo dell’Abaco.

Nella ricostruzione dell’accusa, Salvatore Quinto, 53 anni, di Brindisi, è indicato come il rapinatore “più basso, armato di pistola”, mentre quello con il taglierino ha il nome di Oronzo Sgura, 55, di Ostuni. Il terzo, identificato in Giuseppe Roberto Niccoli, 61, di Brindisi (cognato di Quinto), sarebbe rimasto all’esterno a fare da palo, in contatto con il primo attraverso ricetrasmittenti. Quanto al fatto di Cannole, è storia più recente e ben nota. Colti in fallo, smascherati e ammanettati dai carabinieri.

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In collaborazione con BrindisiReport.it

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