Cosa resta del più grande Cpt d'Italia. Viaggio nel Regina Pacis

Di quello che era il Centro di permanenza temporanea non è rimasto nulla se non un edificio spettrale. E' stato rubato tutto, dai cavi ai sanitari. Reportage dal "non luogo" dove è entrato anche il Presidente della Repubblica

 

SAN FOCA (Melendugno) – C’era una volta il Centro di permanenza temporanea “Regina Pacis” di San Foca, località balneare e vacanziera nel Comune di Melendugno. Oggi, di quello che è stato il primo e il più grande Cpt in Italia, non è rimasto più nulla. Il “Regina Pacis” è diventato un luogo sinistro e spettrale. Un “non luogo” in cui solo il vento e l’infrangersi costante delle onde sulla scogliera spezzano un silenzio irreale. La struttura sembra un enorme fortino posto a custodire un passato infausto, fatto di orbite vuote di finestre mancanti, coperto di graffiti e corroso dalla ruggine e dall’incedere implacabile del tempo. Di quello che una volta era il fiore all’occhiello delle strutture nate per accogliere gli immigrati giunti sulle nostre coste, non vi è più nulla. A pochi anni dalla sua chiusura Il “Regina Pacis” è un ammasso di vetri rotti e calcinacci, bagni divelti e fili elettrici strappati. Una Fortezza Bastiani posta a fronteggiare il mare e lasciata in balia di vandali e predoni.

Il complesso, infatti, è ormai ridotto a un immenso guscio vuoto, da cui ogni cosa è stata rubata e portata via. Giungendo dinanzi all’entrata principale, quella posta di fronte al mare, alle spalle della strada che da San Foca conduce a Torre dell’Orso, ci si accorge che le grate che delimitavano la struttura ed anche la pesante cancellata in ferro (una volta chiusa da un grosso lucchetto ossidato) che fungeva da ingresso principale sono sparite. Solo una leggera barriera in fil di ferro e il cartello di un istituto di vigilanza con la scritta “area sorvegliata” dovrebbero tenere lontano ladri, vandali, curiosi e vagabondi.

Eppure è proprio da quell’ingresso che, un tempo, sono passate con orgoglio le massime cariche istituzionali e politiche: dal presidente della Repubblica Ciampi a D’Alema e Prodi, da Fini a Casini, dalla Iervolino a Mantovano, senza dimenticare l’arcivescovo leccese Cosmo Ruppi (ex presidente della Conferenza episcopale italiana di Puglia, scomparso alcuni mesi fa), e il direttore del Centro, don Cesare Lodeserto. Ora, invece, chiunque può entrare liberamente all’interno della struttura. Anche gli altri due portoni d’entrata sono spariti, così come tutte le finestre del piano terra e del primo piano, che appaiono come tante orbite vuote a fissare il mare, una vista da hotel cinque stelle. I ladri, infatti, hanno portato via tutti gli infissi in metallo bianco, gran parte delle serrande (quelle inservibili sono state strappate e gettate per terra). Anche l’insegna “Casa Regina Pacis” è stata travolta dalla furia distruttrice dei saccheggiatori.

All’interno, il Regina Pacis ha un’aria sinistra, una scatola che continua a custodire solo le migliaia di storie degli uomini e donne che hanno incrociato il loro destino con questo lembo di terra. Storie fatte di miseria e fuga, sofferenza e speranza, alla ricerca, spesso impossibile, di una vita migliore. Illusioni e sogni non transiteranno più per il cancello dell’ex Cpt. Per il resto tutto è stato rubato o distrutto: cavi, prese elettriche e telefoniche, piastrelle e sanitari, tombini e infissi. Salendo al primo piano, quelle che erano le camerate, appaiono vuote e fredde, con i materassi gettati per terra come giacigli improvvisati per qualche disperato di passaggio. Dal terrazzo si scorge uno spettacolo desolante fatto di macerie e rovine. Una mano irreverente e beffarda ha tracciato con la vernice spray la scritta: “Non più schiavi né reclusi!”. Nel cortile lo scenario non cambia, ci sono solo rottami e detriti.

Si dice siano almeno 60mila gli immigrati transitati da qui, sospinti dal mare sino a questo crocevia delle loro storie e della loro speranza di vita migliore, naufragate chissà dove. Peccato che in un momento come questo, con tanti migranti che approdano sulle nostre coste, un centro così importante sia stato distrutto dall’incuria e abbandonato al saccheggio. Negli ultimi due anni, infatti, seppur cessate le grandi ondate migratorie che hanno caratterizzato gli anni Novanta, le coste del Salento sono tornate a essere approdo di centinaia di migranti. Almeno 2500 (secondo le stime ufficiali, molti di più per quelle ufficiose) quelli arrivati solo nel 2011.

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Accanto ai gommoni oceanici, che sono tornati a solcare i nostri mari incuranti dei pericoli, gli esodi di migranti sono caratterizzati da sbarchi anomali, a bordo di velieri (che hanno soppiantato le carrette del mare) trasformati in tanti “cavalli di Troia” carichi di clandestini partiti dai porti della Grecia e della Turchia. Rispetto ai precedenti flussi migratori, è mutata anche la nazionalità dei profughi e ci sono molti più bambini e minori, soprattutto afghani e iracheni. Sono ragazzi in cerca di un futuro migliore, che fuggono dall’inferno e abbandonano la loro casa e i loro genitori, a volte per sempre. Sono i padri, del resto, a pagare gli otto o novemila dollari necessari per il viaggio. Ad attenderli, dopo un lungo viaggio e l’approdo nella “terra tra i due mari”, un triste destino chiamato Cara (Centro accoglienza richiedenti asilo) o Cie (Centro di identificazione ed espulsione). Un inferno simile a quello che tanti prima di loro hanno vissuto nel vecchio “Regina Pacis”.

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