"Il mio Natale per la strada". Storia di Maria, prostituta per scelta e per amore

Ha poco più di 19 anni la ragazza intervistata dalla nostra redazione in un giorno di festa. Lontana dai pranzi e dai fasti natalizi, ha raccontato le sue vicende, intrise di coraggio e amarezza. Nella sua pancia, intanto, si affaccia una nuova vita

LECCE – Maria, occhi da cerbiatto e sorriso appena accennato, ha poco più di diciannove anni. È rumena, si trova in Italia da circa cinque mesi, parla l’italiano in maniera fluente e del Belpaese sogna di vedere un lungo elenco di città e opere d’arte. Fa la prostituta, più o meno dallo stesso momento in cui un pullman l’ha sbarcata presso l’ex Foro boario, in viale porta d’Europa, e accoglie i suoi clienti per la strada, attendendo compostamente lungo una rientranza di una strada provinciale che qualcuno, nel cordone di veicoli, si accorga della sua presenza.

L’ha scelta lei, questa vita, e ha deciso di raccontarcene il motivo perché “in verità”, dice, qui non la conosce nessuno, e a casa sua è stata la madre a organizzarle il viaggio affinché possa “costruirsi un futuro in una terra che non ha niente da offrire ai propri figli”. Ma la sua storia è molto più complessa e durante il nostro incontro di “verità” ne emergono ben altre. A guardarla si sarebbe tentati di fermarsi per chiederle se ha bisogno d’aiuto, vista la sua giovane età e l’atteggiamento che con l’adescamento non ha nulla a che fare.

Quando mi avvicino accetta di rilasciarmi un’intervista e sorride, con aria maliziosa, chiedendo a sua volta se è uno scherzo, oppure se è già diventata così famosa da dover firmare autografi. Poi, una volta compreso che l’intento è proprio quello di saperne di più sulla sua vita torna seria e, mentre già mi apprestavo a proporle un compenso per la sua perdita di tempo, si offre di fare due chiacchiere in attesa del prossimo cliente.“Accosta – e mi indica con la mano la sede stradale dove è solita illustrare le proprie abilità a chiunque gliene chieda ragguagli. – Se non ti secca, salgo in auto. Sai – mi spiega con le labbra piegate in una smorfia infantile, non ho ancora fatto colazione. Neanche il tempo di aprire la portiera che è già intenta a estrarre dalla pochette un cornetto vuoto che il cliente precedente le aveva offerto insieme a un caffè caldo.

“Sono tutti molto carini con me – inizia senza alcun preavviso, per rompere il ghiaccio. – Questo qui – dice indicando la pastarella, – addirittura, non vuole neanche fare sesso. Ogni mattina mi porta la colazione. Dice che gli ricordo sua figlia lontana”. Così iniziamo a parlare del più e del meno, come amici da lungo tempo, e, quasi leggendomi nel pensiero, tiene a chiarire che è il suo modo di fare da quando era una bambina: lei non ha bisogno di giri di parole, né di formalismi. Le piace essere diretta ed entrare subito in confidenza con la gente. Mi spiega che l’amicizia ha valore solo se c’è uno scambio allo stesso livello. Con gli uomini e le donne che chiedono il suo corpo c’è un patto di mutuo consenso e complicità che porta la gente ad aprirsi come non farebbe mai altrimenti.

“Un uomo in mutande è come un cucciolo indifeso: gli gratti il pancino e lui ti sarà fedele per sempre.” Forse non molti saranno d’accordo, ma non fa una piega. Le chiedo se Maria è un nome fittizio, di quelli usati per mantenere l’anonimato, e lei scuote il capo negativamente. “Che senso avrebbe? Non ho mai conosciuto nessuna che si cambia il nome per pochi mesi. Sono Maria, come la Madonna. Mio padre ci tiene molto a questo nome, è lui che ha insistito affinché lo avessi. Mia madre voleva chiamarmi Florentina. Poi papà è morto ammazzato quando stavo per nascere, e allora…”.

Decido di sorvolare ma è sempre Maria a riprendere il discorso. “Scusa se te lo chiedo – mi fa, tirando fuori un preservativo, – ma vuoi intervistarmi per davvero oppure…”. Allora con imbarazzo le faccio vedere il contrassegno di metallo dell’Ordine dei giornalisti, che in questa professione non mi è mai servito ad altro se non a lasciare una piccola area pulita sul cruscotto invaso dalla polvere, e lei, persuasa, ripone il cerchietto di lattice al gusto di fragola e aloe con estrema cura, come fosse l’unica barriera tra sé e il mondo esterno. Colgo la palla al balzo e le chiedo: “Come ci sei arrivata sulla strada?”

Mi dice che è fidanzata con un bravo ragazzo. Lui, Mihail, è consapevole che Maria è venuta in Italia per prostituirsi. All’inizio l’aveva presa male ma, difronte alla situazione che stanno affrontando, ha dovuto accettare il male minore. Le chiedo di quale situazione stia parlando e la risposta mi lascia basito: Maria è incinta. La scruto, forse in maniera indelicata, ma fasciata com’è da pantacollant aderentissimi e neri e coperta da una blusa di lana dello stesso colore su cui non c’è altro che un copri-spalle non ha l’aspetto di una gestante.

Notando la mia perplessità dice cinguettando: “Non si direbbe affatto, vero? Sono sempre stata piccolina di statura. Credo che “lui” – parla del nascituro – abbia preso da me…”. Non so se la mia espressione possa aver lasciato trapelare lo struggimento emotivo che mi stava assalendo, o la pena per quella creatura già afflitta dalla sporcizia umana mentre ancora si trova nella culla buia e calda del ventre di sua madre, eppure Maria mi sorride con una serenità disarmante che riesce a confortarmi. Almeno un po’.

“Non lo sapevo quando sono partita, l’ho scoperto qui. Ma con un certo ritardo perché non avevo avuto sintomi. La situazione difficile di cui parlavo è quella del lavoro, non quella che hai capito tu. Per noi non c’è futuro. Chi va avanti può farlo perché c’è molta differenza tra la gente ricca e quella povera e tra i due si sa come finisce. Io vengo da una piccola cittadina della Transilvania. Da noi stanno avvenendo dei piccoli cambiamenti, però non coinvolgono la mia classe. Ci sono molti italiani che vengono a lavorare in Romania. Il fatto è che i salari sono quelli di casa nostra, e la manodopera è pagata pochissimo. Quindi le cose non cambiano. Poi una mia amica mi ha parlato di questa possibilità. Lei lo ha fatto.”

Vado a fondo nella questione e Maria mi racconta che in molte cittadine della Romania la prostituzione è vista come un qualsiasi lavoro. Soprattutto se praticata all’estero. C’è addirittura chi organizza vere e proprie agenzie di collocamento che propongono ragazze come se fossero prodotti da catalogo. Però, tiene a sottolineare, si tratta di altri canali. Maria, invece, grazie alla sua amica è entrata in un circuito parallelo auto-gestito. La rete delle badanti che sono giunte in Italia una decina di anni or sono hanno avuto la possibilità di creare contatti stabili con persone affidabili. Una volta compreso il sistema bigotto e provinciale degli italiani, hanno intuito che il sistema migliore di far soldi in questo Paese è quello di vendere ai padri di famiglia e agli insospettabili dottori delle professioni più prestigiose il corpo di avvenenti e giovani fanciulle. Così hanno avviato figlie e  giovani donne al business del sesso.

Nel caso di Maria non ci sono protettori o aguzzini senza scrupoli che alimentano la tratta delle schiave sessuali. Tutto avviene con il consenso e con la lungimiranza di chi manda un familiare a cercar fortuna fuori dal proprio Paese. “Ti è costata molto questa scelta?” le domando. “Macché! Certo, una volta rientrate in patria molte delle persone che conosciamo smettono di frequentarci o di rivolgerci la parola. Ma sai che ti dico? Sono solo quelli che non hanno figli da mantenere o che hanno i soldi. Mia nonna è stata violentata durante la guerra e mia madre e sua sorella sono il frutto di quell’abuso. Sarà per questo che quando abbiamo parlato di questa cosa ho trovato il loro completo appoggio”.

Le chiedo di farmi capire quanto e come creda che possa cambiare la sua vita dopo un’esperienza del genere. “Non mi pongo questo problema. Sono stata allevata con un atteggiamento positivo. Il mio corpo è una risorsa. Finché ci darà da mangiare devo curalo al meglio e pensare a portare i soldi a casa. Quando non potrò più farlo sarà allora che mi preoccuperò”.

Il discorso s’inoltra nei particolari delle sue esperienze e riesco a farmi un’idea di quelli che sono i suoi guadagni e le sue spese. Maria abita in un appartamentino in un paese alle porte del capoluogo dove tra affitto, cibo, vestiario e generi di conforto “se la cava con circa 5mila euro al mese”. Io le faccio intendere che quella cifra corrisponde allo stipendio di un medico il quale, per guadagnarselo, ha dovuto studiare sodo, laurearsi, specializzarsi e attendere un collocamento professionale che spesso tarda molti anni a concretizzarsi. Lei ride, e mi risponde che ha “conosciuto tante professioniste in Italia che, pur avendo la laurea, fanno marchette per hobby!”

Maria, ad ogni modo, riesce a mettersi in tasca dai 300 ai 500euro al giorno. La somma varia in funzione della stagione, delle festività e altri fattori. Fare i calcoli non è difficile. In cinque mesi ha già messo via 50mila euro. Sarebbero di più, per l’esattezza 57mila, ma “sai quanto costano i preservativi, le salviette umidificate, le visite e gli esami medici in nero? Per la mia salute e quella del mio bambino pago tutto quello che c’è da pagare.”

Le faccio notare che c’è molta gente in Italia che sta assai peggio di lei e della sua famiglia d’origine. Maria, con quella sua insolita e inattesa saggezza che le deriva, chissà, forse da ciò che ha vissuto o dalla praticità della sua gente, non solo non si meraviglia più di tanto, ma riesce a sorprendermi con una considerazione che definire lapalissiana sarebbe un eufemismo:

“Che cosa volete? In fin dei conti siete un popolo viziato. Non parlate bene nessun’altra lingua, vi piace la bella vita e spendete tutto ciò che avete soltanto per far vedere ai vostri stessi vicini di possedere più di loro.” Alla domanda su come si sia fatta una simile idea mi risponde altrettanto schiettamente: “Siete voi a raccontarmelo. Fosse per me, io aprirei le gambe e basta. Ma voi non fate che parlare, e parlare. Dovrei farmi pagare di più. Mica faccio la psicanalista, io!”.

In questo modo non mi avevano mai zittito. Cambio argomento e chiedo se sente la mancanza di casa, se ha già detto al suo fidanzato che diventerà padre, e che progetti ha per il futuro. “Se ti trovassi in terra straniera, senza un amico con cui confidarti, una persona che ti dia conforto, anche solo una carezza quando torni a casa dal lavoro, in un luogo che puzza di umido ed è arredato con mobili che sembrano ripescati da una discarica, dopo una giornata a fare la giumenta per gli individui più strani che ti capita d’incontrare, non sentiresti anche tu la mancanza di casa? No, a Mihail non ho ancora detto nulla; non sarebbe in grado di sopportarlo. Ci vorrà tempo, ma ci amiamo e vogliamo sposarci. Sono questi gli unici sogni che possiamo permetterci. Con questi soldi l’aiuterò a mettere in piedi una falegnameria. Lui è un ottimo artigiano. Ma in Romania lo siamo tutti. Per guadagnare bisogna lavorare con grosse imprese.”

La chiacchierata con Maria è durata oltre un’ora. Ma prima di lasciarla tornare a elargire economici riflessi di paradiso ai suoi clienti non riesco a trattenere un’ultima domanda: “Come passerai il Natale?” Il mio “Craciun” – così si chiama la festività in Romania – sarà come deve essere. Da pochi giorni sento la vita che si muove dentro di me. Non gli ho dato un nome perché vorrei che fosse il padre a darglielo. Mi basta sapere che domani saremo insieme”.

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La saluto e le porgo il mio augurio più sincero. Mentre mi allontano, dal retrovisore, vedo un camion rallentare e fermarsi. Maria, col suo splendido sorriso, monta su e svanisce in compagnia dell’ennesimo sconosciuto. Senza accorgermene sto sorridendo. È Natale, è Natale per tutti, e lo è anche per me che me ne sentivo afflitto. È Natale per Maria, che a breve sarà madre e dovrà tornare da un padre falegname a dirgli che aspetta un bimbo non suo. Mi passa per la mente un’assurda similitudine, ma è certo che oggi ho incontrato una donna coraggiosa che almeno un piccolo miracolo, tra quattro mesi, lo farà per davvero.

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