Ricettatori a 13 anni per stare al passo con la moda

L'episodio è avvenuto nel Basso Salento. Il pedagogo Marco Piccino: "Fatti frequenti a Lecce e nel suo circondario, ma la nostra provincia non è nuova Scampia"

Marco Piccinno, associato di Pedagogia sperimentale presso l'Università del Salento
Hanno rubato un motorino per trarne ingiusto profitto. Alle cronache giudiziarie passerà come l'impresa di una studentessa di 15 anni, deferita alla magistratura per ricettazione, e di due tredicenni, si legge come il disagio dell'adolescenza, ma guai a non considerare la realtà del singolo, lasciandosi tentare dai luoghi comuni. Il consiglio giunge dal professor Marco Piccinno, associato di Pedagogia sperimentale presso l'Università del Salento.

Innanzitutto occorre sfatare il luogo comune del contesto ambientale. "Attenzione a non costruire una rappresentazione falsata della realtà sociale- avverte il professore: sebbene certi episodi siano frequenti a Lecce e nel suo circondario non possiamo ridurre la nostra provincia a una sorta di nuova Scampia. Inoltre non esiste un nesso analitico fra condizione sociale e comportamenti devianti. I minori che presentano certi comportamenti non appartengono solamente a strati disagiati della società
civile".

Il disagio è quindi soprattutto interiore.

"La personalità - spiega Piccinno -del minore si afferma anche nella contrapposizione e nella trasgressione, sviluppa un certo tasso di oppositività". Quindi l'adolescente è ribelle per definizione. E spesso vuole, fortissimamente
vuole, ma senza rispettare le regole. "Nella società attuale del "tutto e subito" viene meno il collegamento fra principio del piacere e realtà, i sogni sono percepiti come chimere, resta la soddisfazione di bisogni".

Colpa della scuola e della famiglia? "Grazie alla letteratura pedagogica degli anni Settanta veniamo da una cultura per cui le istituzioni educative formali inducono alle deviazioni, ma questo è un discorso pericoloso: non possiamo affermare che scuola e famiglia non servono. Semmai sono da rivedere i loro compiti". E in che direzione tali istituzioni devono correggere il tiro nella formazione? "Attenersi a fondamenti di razionalità pedagogica è utile ma non è garanzia di successo- ammonisce Piccinno-.

Occorre invece evitare le generalizzazioni, valutare caso per caso, la complessità delle variabili, capire perché quell'individuo ha agito in un certo modo".

Non bisogna fermarsi a colpevolizzare scuole e famiglia, ma la tv non gioca forse un ruolo deviante in moltissimi casi? "La televisione normalizza certi comportamenti, ma non li normatizza. Non induce alle devianze, tuttavia offre una cornice di legittimità dei comportamenti devianti ".

Allora, non c'è il mostro che produce le deviazioni giovanili? "No, c'è solo bisogno di interrogarsi su ogni caso, c'è necessità di un atteggiamento di ascolto, di un nuovo modello nella conoscenza dei fenomeni".

Quale pena "pedagogica" per i tre studenti di Poggiardo? "Non affidiamoci solo alla pena, che pure è imprescindibile nel recupero. Non fermiamoci ai significati sociale, intrinseco, giuridico dei fatti: ogni atto ha un significato soggettivo. Ogni pena deve fare i conti con la percezione che i puniti hanno dei se stessi. Se non comprendono che la loro condotta costituisce un problema ogni punizione s'infrange contro lo scoglio del non senso."
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E allora non devono essere puniti? "-Sì -precisa il professo Piccinno-, ma attraverso un'attività che consenta ai ragazzi di percepirsi in un'immagine integrata e produttiva nella società. Un'attività d'interesse sociale, è scontato. L'importante è che si percepiscano diversamente, non come coloro che non hanno sbagliato o come coloro che sbaglieranno sempre, ma come chi ha sbagliato ma può essere una persona migliore. La pena in questo modo può attecchire".

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