Domenica, 25 Luglio 2021
Cronaca

"Sabr", sedici in manette lungo le tratte degli schiavi moderni

L'operazione dei carabinieri del Ros in Puglia, Sicilia e Calabria contro un'associazione per delinquere dedita alla tratta e alla riduzione in schiavitù di persone. Nei guai anche imprenditori agricoli che sfruttavano clandestini

Un momento della conferenza (Antonio Quarta).

LECCE - Un itinerario della speranza partendo dal Maghreb, per raggiungere Nardò, passando dal "centro di reclutamento" siciliano. Un viaggio all inclusive per alcune centinaia di uomini africani - tunisini, algerini, sudanesi - verso l'Italia dove, ad attenderli, ci sarebbe stata non solo una mansione già garantita e assegnata. Ma addirittura un esercito di "tutor", gente che si sarebbe "presa cura" di loro. Non è altro che la parodia della realtà che è toccata in sorte ai nuovi schiavi. "Mandrie in transumanza", da "sfiancare fino a questa sera". Così parlavano di loro, nelle telefonate intercettate, i datori-padroni che li hanno sfruttati. I carabinieri del Reparto operativo speciale di Lecce hanno fatto irruzione nelle abitazioni degli aguzzini, cogliendoli durante il sonno, alle tre del mattino. L'operazione, denominata "Sabr", è cominciata con un'intensa attività investigativa, condotta nell'anno compreso tra il 2009 e il 2010, con ulteriori ricerche che si sono poi concluse nel mese di ottobre 2011, a carico di un presunto sodalizio criminale transnazionale costituito, oltre che da italiani, anche da algerini, tunisini e sudanesi operante in Puglia, Sicilia, Calabria e Tunisia.

In sedici sono finiti in manette, ma le ordinanze di custodia cautelare emesse dal gip Carlo Cazzella, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia di Lecce, sono rivolte ad un totale di ventidue persone.

Si tratta di: Meki Adem, capo squadra 52enne nato ad Alobaud (Sudan) e residente a Racalmuto (Agrigento); Belgacem Ben Bechir Aifa, capo squadra 42enne nato a Chorbane (Tunisia) e residente a Nardò; Bilel Ben Ayaia, capo cellula 29enne nato a Jendouba (Tunisia) e residente a Nardò; Giuseppe Cavarra, datore di lavoro 34enne nato a Noto (Siracusa) e residente a Pachino (Siracusa); Marcello Corvo, datore di lavoro 52enne nato e residente a Nardò; Bruno Filieri, datore di lavoro 49enne nato e residente a Nardò; Saber Ben Mahmoud Jelassi, detto "capo dei capi" o il "Sabr", capocellula 42enne nato a Tunisi e residente a Santa Maria a Vico (Caserta); Pantaleo Latino, datore di lavoro 58enne nato e residente a Nardò; Rosaria Mallia, datore di lavoro 35enne nata a Noto (Siracusa) e residente a Pachino (Siracusa); Livio Mandolfo, datore 47enne nato e residentea Nardò; Corrado Manfredi, datore di lavoro 59enne nato e residente a Scorrano; Tahar Ben Rhouma Mehdaoui, capo squadra caposquadra nato a Ouled Medhi (Tu

 

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nisia) e residente a Nardò; Salvatore Pano, datore di lavoro 46enne nato e residente a Nardò; Giovanni Petrelli, datore 50enne nato residente a Carmiano; Nizar Tanjar, capocellula 35enne nato in Sudan e residente a Siracusa e, infine, Houcine Zroud, reclutatore 47enne nato a Mahdia (Tunisia) e residente a Santa Croce Camerina (Ragusa).

Le sei che sono sfuggite all'arresto di questa notte, sono attualmente ricercate. Non sarà facile poiché alcuni potrebbero aver già raggiunto il proprio Paese d'origine. Le accuse formulate sono di associazione per delinquere, riduzione o mantenimento in schiavitù o in servitù, tratta di persone, intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, estorsione, falsità materiale commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici, falsità materiale commessa dal privato, falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici, favoreggiamento dell'ingresso di stranieri nel territorio dello Sato in condizioni di clandestinità.

Una lista nera di gravi reati che ha composto un lungo filo, sempre meno invisibile, di collegamento tra la zona di Nardò a quella di Rosarno, nel reggino, balzata agli onori della cronaca per episodi legati al "moderno", se così si può definire, caporalato. Il fenomeno ha una nuova veste. Non ci sono datori che, appostandosi nelle piazze dei piccoli centri, intercettano lavoratori disposti a prestazioni sfiancanti, per pochi spiccioli. Il caporalato, ora, è diverso. Si è "ammodernato", facendo leva su una  struttura piramidale. Impiegati, asserviti senza umanità, nella coltivazione e raccolta di angurie e pomodori. Proprio a Pachino, in provincia di Siracusa, noto per le colture del frutto autoctono, era stata allestita una sorta di centro di reclutamento. Gli extracomunitari giungevano sulle coste dell'isola, per poi essere smistati, come si trattasse di merce.

Una struttura iper-verticalizzata: al vertice della piramide il datore di lavoro, per la disposizione di ordini nei confronti dei caporali e capi cellula che impartivano ulteriori disposizioni a cassieri e vivandieri. Oltre, chiaramente, a gestire i capi-squadra e gli autisti che conducevano i dipendenti, sfruttati, sul luogo del lavoro. Retribuzione misera, che non potrebbe neppure definirsi tale. Un lavoro estenuante fatto di turni non inferiori alle undici ore quotidiane, senza concessioni di riposi settimanali. Uno stipendio dichiarato che era il doppio di quello realmente percepito. Minacce di licenziamento, mobbing, buste paga, quelli che almeno ce l'avevano, con dichiarazioni di reddito doppio rispetto a quello percepito. Decurtazioni delle retribuzioni: denaro detratto per pagare il cibo e il vitto. In condizioni inumane, da allarme sociale.Foto 4_1-3

"Il termine schiavo è in apparente conflitto con l'attualità" ha affermato il procuratore della Repubblica di Lecce, Cataldo Motta. " Il gip ha riconosciuto non solo la riduzione in schiavitù delle vittime, oltre al reato di associazione per delinquere per i responsabili. La giurisprudenza, anche in passato, non ha avuto alcuna difficoltà a confermare simili condizioni inumane, laddove però si trattava di reati sessuali.  Per quelle legate al lavoro, invece, riconoscere la schiavitù è sempre stato più complesso. Quello appena smantellato era un gruppo di manovra che agiva su tutto il territorio nazionale, ma sempre nelle regioni meridionali. Proprio a Foggia e nella vicina Campania, ci furono i primi segnali, dovuti allo sfruttamento dei lavoratori per la raccolta dei pomodori. Poi, un paio di anni addietro, il fenomeno ha raggiunto Nardò, coinvolgendo imprenditori italiani e locali". Motta si è dichiarato soddisfatto dell'operazione conclusa dai militari dell'Arma anche per un altro motivo: "I carabinieri che hanno preso parte all'attività sono gli stessi che, in queste ore, stanno partecipando alle ricerche del killer di Brindisi. Stanno lavorando incessantemente, senza sosta". Alla soddisfazione si è associato anche il comandante provinciale dell'Arma, il colonnello Maurizio Ferla, poiché "Non siamo nuovi a queste problematiche - ha affermato - specie sul territorio di Nardò. Ma già nel corso del 2010, in quell'area, ci furono i primi controlli sistematici sull'intero apparato lavorativo".Foto 4-2-6

Il generale Mario Parente, vicecomandante dei Ros - presente presso la procura del Tribunale di Lecce assieme al dirigente provinciale del Reparto operativo speciale, il colonnello Paolo Vincenzoni - gli ha fatto eco: "Purtroppo era significativa la rete composta da centinaia di lavoratori, difficile persino da quantificare, dal momento che i datori garantivano un continuo ricambio di manodopera. Magari una settimana e poi via. Uno sfruttamento intensivo come se si trattasse di macchine, spostate a proprio piacimento da un luogo all'altro della penisola".

La necessità di fornire un sostegno anche dopo il ritorno al proprio Paese d'origine, per scongiurare eventuali ricadute nel circuito del terrore che le vittime hanno già sperimentato, necessita di un intero team di personale specializzato, composto anche da psicologi, in una vasta  azione di contrasto a tutta la logistica che ruota attorno a simili organizzazioni. Organizzazioni criminali che si fanno carico di falsificare documenti e permessi di soggiorno, avranno vita difficile, hanno garantito. Ora "più reparti speciali che vadano oltre alla semplice attività di polizia giudiziaria”, hanno auspicato all'unisono i dirigenti dell'Arma.

 

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