Cronaca

La strana storia dello scafista israeliano: "Ho agito soltanto per scopi umanitari"

Giudizio immediato per lo skipper fermato a luglio al largo di Torre Vado con appena sei migranti. Erano palestinesi. Lui si difende: non ha voluto soldi. "Fuggivano dal conflitto di Gaza"

Il veliero sequestrato quel giorno dai finanzieri.

LECCE – Scafista. I dizionari, grossomodo, identificano con questo termine l’operaio specializzato nella manutenzione di imbarcazioni e velivoli, ma anche chi conduce motoscafi. Per estensione, partendo da un uso sempre più comune, dovuto al gergo giornalistico, negli ultimi anni s’è fatta strada anche una definizione con accezione negativa, riferita a chi trasporta clandestinamente immigrati da una nazione all’altra, usando gommoni, velieri, in generale qualsiasi tipo di natante. Scafista secondo questa definizione non si sente Buddy Marlen Mansour, uno skipper israeliano di 63 anni, con doppio passaporto (ha anche quello canadese).

Che il suo sia un caso particolare, e che merita di essere raccontato, si nota subito. Sempre più spesso, negli ultimi tempi, scafisti si stanno improvvisando cittadini georgiani e ucraini. In altri episodi, nel recente passato, sono stati fermati anche albanesi, qualche italiano (per la precisione, tutti salentini del Leccese o del Brindisino), turchi e greci. Spesso si tratta di persone con precedenti, a volte di giovani avventurieri in cerca di denaro facile. Un israeliano, però, suona davvero inconsueto e se si pensa che non trasportava pachistani, iracheni o siriani, ma palestinesi, il quadro si fa anche singolare, considerando il ben noto e forse insanabile conflitto arabo-israeliano.

Ma c’è di più. Questi viaggi, dietro ai quali vi sono organizzazioni ben strutturate, portano palate di quattrini per i capi che organizzano le spedizioni e, ovviamente, per gli stessi scafisti, quelli che si espongono in prima linea, andando sempre più spesso a finire tra le fauci dei pattugliatori della guardia di finanza. Il gioco deve valere la candela, insomma. Ecco perché, ammassati come sardine, su barche a volte lussuose per cercare di non dare nell’occhio, si trovano venti, trenta, quaranta, fino a qualche centinaio di migranti. Nel caso di Mansour, no: trasportava appena sei persone. E già questo è un segnale.

Il 63enne è in carcere, a Lecce, fin dal 27 luglio scorso, quando la barca a vela che aveva preso a nolo in Grecia (i documenti sono stati trovati a bordo dai finanzieri), è stata fermata a 3 miglia di Torre Vado  da un guardacoste del Roan di Bari. Lo difendono gli avvocati Gianluca Ciardo e Federico Martella. E ora attende di conoscere il suo destino. Nelle scorse ore il giudice Stefano Sernia ha disposto il giudizio immediato. Il processo è stato fissato a dicembre. Pubblico ministero nella vicenda è Guglielmo Cataldi.  

I legali di Buddy Marlen Mansour avevano provato nei mesi scorsi anche la via del Riesame, partendo da quanto dichiarato nel corso dell’interrogatorio di garanzia, ma anche da alcuni problemi di salute, per cercare di riportarlo in libertà. I giudici avevano rigettato l’istanza, ritenendo, fra l’altro, che sussistesse la possibilità di reiterazione  del reato.

La particolarità del caso sta, però, nel fatto che Buddy Marlen Mansour (uomo con una certa levatura culturale, parla perfettamente nove lingue), ha sempre spiegato di aver agito per scopi umanitari. Proprio così. Uomo di mare, racconta di aver visto con i propri occhi oltre una sessantina persone annegare. Ha anche sottolineato di aver ricevuto dai sei palestinesi solo 100 euro a testa. Giusto le spese del viaggio. Una sorta di rimborso per il gasolio. Niente a che vedere con le migliaia di euro che intasca, solitamente, uno scafista. E, a quanto pare, non aveva effettivamente grosse somme addosso, quando è stato fermato a ridosso delle coste salentine.

Insomma, il cittadino israeliano, che, venendo da una porzione di mondo in stato di guerra perenne, di vicende tragiche ne avrà viste sicuramente, ha sempre detto di aver agito solo per consentire ai sei palestinesi in cerca di una nuova vita, di sfuggire al conflitto nella striscia di Gaza.

(Video: la barca abbordata dai finanzieri)

E, a proposito dei palestinesi. Due dei sei trasportati, ascoltati come testimoni, hanno però specificato di aver comunque sborsato molto di più. Uno ha raccontato di essere partito dalla Palestina, arrivando prima al Cairo e poi, con un volo di linea, in Turchia e, infine, in Grecia.

Qui, stando al suo racconto, avrebbe preso contatto con un trafficante indicato come “Abu Ahmad”. Questi, per 2mila e 500 euro, avrebbe organizzato il viaggio: autobus verso il porticciolo di una località sulla costa sconosciuta al palestinese e da qui, l’accompagnamento verso la barca a vela allestita per il viaggio. Idem per l’altro palestinese: Egitto, poi Turchia, quindi il contatto con un trafficante, stavolta indicato come “Abu Ali”, e 2mila e 500 euro per raggiungere l’Italia.

Immaginando che anche gli altri quattro palestinesi abbiano sborsato la stessa cifra, nelle tasche dell’organizzazione dovrebbero essere entrati 15mila euro. Ma di questi soldi, non solo il 63enne Mansour non avrebbe visto un centesimo (tolti i già citati rimborsi, per un totale di 600 euro). A suo dire, non li avrebbe nemmeno pretesi.

Per i giudici che hanno rigettato l’istanza di scarcerazione, pur volendo credere che non abbia agito a scopo di lucro, il fine ultimo del profitto non si può escludere a priori. Mansour ha peraltro confermato di conoscere il sedicente “Abu Ahmad” (un nome molto comune e un soggetto sfuggente, forse persino un alias). Si tratta di un individuo che abiterebbe da anni ad Atene e che gli avrebbe chiesto la cortesia di ospitare e poi trasportare i palestinesi. E lui, appunto, avrebbe acconsentito per puri scopi umanitari, senza nulla pretendere. Mansour non avrebbe, in fin dei conti, problemi economici.

Questa la vicenda, di certo non consueta, che lascia aperti diversi interrogativi. E’ sincero, lo skipper israeliano, o è davvero inserito in una fitta rete di traffici? Ci sono probabilmente viaggi organizzati con meno migranti del solito, proprio per cercare di non destare sospetti nelle forze che pattugliano i mari. Ma il fatto che abbia corso un rischio, per trasportarne appena sei senza ricavarne nulla (sempre volendo credergli), lascia immaginare che molto di ciò che asserisce possa essere vero. Questo anche in virtù della zona da cui provengono i migranti e della conoscenza diretta delle vicissitudini di Gaza.

D’altro canto, il reato di favoreggiamento d’immigrazione clandestina, scopi etici o meno, s’è configurato in modo inequivocabile. Nella migliore delle ipotesi, insomma, Mansour potrebbe aver agito in maniera irriflessiva, pur se armato delle migliori intenzioni.

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