Impegni disattesi e discriminazioni. Scioperano i lavoratori della Tandoi

La "crisi" nel molino di Corigliano d'Otranto è iniziata da oltre un anno. I dipendenti, in cassa integrazione in deroga, rivendicano la mensilità di febbraio e denunciano presunte discriminazioni operate dall'azienda, compreso il mancato versamento dei contributi nel fondo Alifond

Un momento dello sciopero dei lavoratori

LECCE- La data di oggi, per i lavoratori del pastificio Tandoi di Corigliano d'Otranto, coincide con un anniversario poco felice: sono passati 15 mesi dall’inizio della loro lenta e logorante mobilitazione. Che non si è mai arrestata, per quanto sia passata in sordina, ed è culminata con lo sciopero odierno. I dipendenti, attualmente in cassa integrazione in deroga fino alla fine di marzo, hanno deciso di incrociare le braccia e promettono di non muoversi dai cancelli dell’azienda. A monte vi sarebbe una lunga storia di sacrifici e presunte discriminazioni, “non più tollerabili”.

Per inquadrare la vertenza bisogna fare un salto indietro al dicembre 2012: “In quel periodo la società dei fratelli Tandoi cominciò a smantellare alcuni macchinari per portarli non sappiamo dove, ma immaginiamo siano stati trasferiti nello stabilimento produttivo di Matera – ricorda il delegato Rsu Flai Cgil, Vincenzo Lolli, anche se la società smentì seccamente la notizia, parlando di un’operazione preliminare di una necessaria disinfestazione. “In più – prosegue Lolli - cominciavano ad accumularsi le mensilità di stipendio arretrate, fino a quattro, ed il molino era entrato in un periodo buio, legato alla perdita delle principali commesse, come Barilla ed Eurospin”.  I dipendenti decisero di trascorrere il capodanno ai piedi dello stabilimento, in segno di protesta e poco più tardi fu attivata la cassa straordinaria per un anno. Sostituita dall’attuale cassa in deroga.

I venti di crisi che spiravano sulla società di Filippo e Adalberto Tandoi, fiore all’occhiello della produzione locale di pasta, sembravano avere sostanza più in una crisi di liquidità interna che non in un tracollo del settore che, al contrario di molti, ha sfidato la congiuntura economica. Tenendo alti i consumi. Poco più tardi, nel febbraio 2013, sfumò anche la trattativa con il patron dell’Unione sportiva Lecce, Savino Tesoro, che aveva dato il clamoroso annuncio di voler affittare un ramo d’azienda per rilanciare i marchi storici, “Ambra” e “Pedone”.IMG-20140327-WA002-2

Da lì in poi la situazione sembra essersi assestata, senza nessun segno di netto miglioramento: “Per un anno abbiamo lavorato a singhiozzo, a seconda delle giornata, per quanto la cassa integrazione a rotazione non sia mai stata attivata realmente – spiega il delegato Flai-. Anzi, l’azienda ha usato questa modalità per proteggere una parte dei suoi dipendenti che, diversamente dai colleghi, ha sempre lavorato”.

L’elenco delle presunte discriminazioni non sarebbe neppure terminato: “Il Molino ha sanato la posizione contributiva con l’Inps ma da circa tre anni non versa i contributi nel fondo pensione Alifon. Noi vogliamo i nostri soldi, contro questa appropriazione indebita”, denuncia ancora Vincenzo Lolli.

Infine, la cassa integrazione relativa al mese di gennaio non sarebbe stata corrisposta per intero (ma solo per un totale di 636 euro) ed i problemi nei pagamenti hanno riguardato anche la mensilità di febbraio: “L'azienda ha disatteso l'impegno sottoscritto a corrispondere un acconto di 800 euro dello stipendio di febbraio 2014 entro il 21 marzo e il saldo della retribuzione entro il 27 marzo”. A questo si aggiunge un'aggravante, come denunciato dalla segreteria sindacale: il Molino avrebbe corrisposto l'acconto solo ad alcuni dei suoi 35 dipendenti, “compiendo un'inspiegabile e inaccettabile discriminazione tra lavoratori”.

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L’ennesima, stando a quello che raccontano i diretti interessati che promettono di non abbassare la guardia e di proseguire ad oltranza nello stato d’agitazione.

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