Domenica, 13 Giugno 2021
Cronaca

Tra passato e presente, si scava per risolvere il giallo dell'omicidio Potenza

Da ieri i carabinieri stanno passando al setaccio ogni indizio e ogni possibile pista, scandagliando la vita della vittima

LECCE – Un omicidio che sembra riportare indietro lancette del tempo, agli anni in cui le bande criminali insanguinavano le strade del Salento. Un delitto efferato, consumato tra la gente, con spietata ferocia e fredda determinazione. Quello di Augustino Potenza, 42 anni, nato a Stoccarda ma casaranese a tutti gli effetti, è un’esecuzione plateale, secondo i canoni classici degli agguati criminali. Da ieri i carabinieri stanno passando al setaccio ogni indizio e ogni possibile pista, scandagliando a fondo la vita della vittima e la sua storia, anche criminale. Che si sia trattato di un appuntamento, di una trappola o di un agguato, la vittima sembrava sentirsi al sicuro e non temere nulla. Una simile esecuzione, però, lascia presagire che vi siano legati interessi criminali o un “errore” grave da pagare col sangue. Chiacchierato, temuto, attenzionato da forze dell’ordine e magistratura, apparentemente Potenza si era creato una nuova vita, quella di un imprenditore di successo. Gli inquirenti dovranno scavare nelle amicizie, frequentazioni e affari del 42enne per capire chi possa aver armato la mano degli assassini. Si analizzano tabulati, si guardano le immagini delle videocamere di sorveglianza, si sentono confidenti, si eseguono perquisizioni e si vagliano alibi e spostamenti. Routine e logiche investigative da seguire in casi come questi.

Una valanga di proiettili, almeno sedici, quelli sparati dai due killer a bordo di una moto. Colpi di kalashnikov, un’arma che è stata in un certo senso il simbolo di Vito Di Emidio, alias Bullone, uno dei criminali più spietati della storia del Salento, reo confesso di una ventina di omicidi. Arrestato nel maggio del 2001, dopo sei anni di latitanza, Bullone iniziò a collaborare pochi giorni dopo la cattura, ricostruendo una lunga serie di omicidi, rapine e fatti di sangue.

Fu proprio Di Emidio, le cui dichiarazioni portarono alla cosiddetta “operazione Bullone”, ad accusare Potenza di una lunga serie di reati, tra cui il duplice omicidio dei coniugi Fernando D’Aquino e Barbara Toma, freddati a colpi di kalashnikov il 5 marzo del 1998 nei pressi della masseria Formica, sulla provinciale per Collepasso. Una vera strage: Toma, 24 anni, sentì arrivare il commando armato e uscì con i bambini. Fu prima ferita dai sicari e poi finita. I bimbi si rifugiarono in cucina. Gli assassini attesero poi il ritorno del marito (già scampato a un precedente agguato alcuni anni prima) e lo falciarono a colpi di fucile mitragliatore. Nelle immagini dell’epoca si vede un giovane procuratore Cataldo Motta giungere sul luogo del delitto, indossa una giacca e delle scarpe marroni. Una scena che si è ripetuta ieri sera, quando Motta ha raggiunto il parcheggio del centro commerciale dove è stato ucciso Potenza. Sul copro i segni del tempo trascorso, ma nel volto la stesa determinazione di chi ha speso una vita intera ad assicurare alla giustizia criminali e assassini.

Per quel duplice delitto Potenza era stato condannato in primo e secondo grado all’ergastolo. Nel giugno del 2012 la Corte di Cassazione aveva annullato la sentenza nei confronti dell’imputato, stabilendo che un nuovo processo fosse celebrato a Taranto. Poco dopo aveva (non senza polemiche) lasciato il carcere per decorrenza dei termini di custodia. A luglio del 2014 la Corte d’assise d’appello di Taranto aveva assolto Potenza per il duplice omicidio. Sentenza poi diventata definitiva. Difficile perciò ipotizzare un nesso tra le due storie, separate da 18 anni, forse troppi anche per una vendetta.

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