Giovedì, 29 Luglio 2021
Cronaca

Avvelenamento colposo: per Giovanni Semeraro due anni e sei mesi di reclusione

Nel processo "Studium 2000" accordata la sospensione della pena, condizionata alla bonifica e al risarcimento delle parti civili. Lo ha stabilito il giudice Silvia Minerva. Il procuratore Ennio Cillo nella requisitoria: "Colpa cosciente con permanenza"

Giovanni Semeraro.

LECCE – Giovanni Semeraro, storico ex patron del Lecce calcio, è colpevole del reato di “avvelenamento colposo della falda acquifera sottostante il cantiere dell'Università del Salento e inadeguata attività di messa in sicurezza e caratterizzazione dei luoghi contaminati”

L’imprenditore salentino, imputato nell'ambito del processo scaturito dall'inchiesta “Studium 2000”, il complesso universitario che sta nascendo alle porte di Lecce, è stato condannato a 2 anni e sei mesi di reclusione. A Semeraro è stata riconosciuta la sospensione della pena, condizionata alla bonifica e al ripristino dei luoghi e al risarcimento delle parti civili. Nei confronti dei coniugi Fiorentino, assistiti dall'avvocato Giuseppe Bonsegna, è stata riconosciuta una provvisionale di 100mila euro, 35mila per l’Università, 15mila per la Regione, 5mila per il Codacons e Legambiente. La sentenza è stata emessa poco dopo le 19 dal giudice Silvia Minerva.

Il giudice ha anche disposto l'invio degli atti alla Procura per valutare l'ipotesi di reato di getto pericoloso di cose per lo stesso Semeraro e di omissione d'atti di ufficio per il sindaco di Lecce, il dirigente dell'ufficio Ambiente del Comune di Lecce e i dirigenti del servizio Gestione rifiuti e bonifica della Regione Puglia.

L’area è risultata contaminata da idrocarburi pesanti il cui tenore supera i limiti previsti dalla normativa vigente. L’ipotesi è che la causa della contaminazione del suolo sia in qualche modo collegata al fatto che il terreno è adiacente all’ex deposito di carburanti Apisem, già dismesso nel 1997, di proprietà della “RG Semeraro”, sito in corrispondenza tra la via Vecchia Surbo e via Taranto, alla periferia nord del capoluogo salentino. A questo processo era stato unito anche un altro precedente, per le stesse ipotesi di reato, nato dalle denunce presentate dai proprietari di un’abitazione adiacente all’ex deposito, i coniugi Fiorentino, che da anni convivono con gli odori nauseabondi provenienti dalla zona circostante e l’inquinamento dei pozzi.

studium-2-6A dare avvio alle indagini, nell'ottobre del 2010, era stato l’esposto presentato (dopo quello dei coniugi Fiorentino) da alcuni residenti della zona che lamentavano la presenza di odori nauseabondi provenienti proprio dal cantiere dell'Università. Nel cantiere, che ha un valore commerciale di circa sei milioni di euro, stanno nascendo corpi di fabbrica destinati a biblioteche, aule, centro servizi e museo archeologico dell’Università, con fondi Cipe del 2004. Un piccolo gioiello architettonico che dovrebbe rappresentare il fiore all’occhiello dell’Università del Salento.

I consulenti nominati dalla Procura, il chimico Mauro Sanna e il geologo Bruno Grego, che nella loro relazione hanno avvalorato l'ipotesi che la causa della contaminazione del suolo sia da attribuire all'ex deposito di carburanti. I consulenti ipotizzano, attraverso i riscontri delle analisi di 26 campionamenti eseguiti tra il cantiere, l'ex deposito e la Torre di Belloluogo, che la contaminazione si stia propagando alle aree circostanti, poiché le misure adottate dalla proprietà per la messa in sicurezza, “non sarebbero riuscite a rimuovere o isolare le fonti di contaminazione responsabili dell'inquinamento delle acque sotterranee". In particolare, come ha evidenziato il professor Sanna, in alcuni punti i valori di contaminazione sono di migliaia di volte superiori ai parametri consentiti. Un piano di messa in sicurezza e caratterizzazione che la proprietà, però, aveva concordato con la Provincia e la Regione. L’intero complesso è stato sottoposto a sequestro preventivo dai carabinieri del Noe di Lecce, e poi dissequestrato.

L’accusa, rappresentata dal procuratore aggiunto Ennio Cillo, ha evidenziato come vi sia “una colpa cosciente con permanenza”. “Se si fosse intervenuti nel 1998 (subito dopo la dismissione del deposito) – ha spiegato il pubblico ministero nella sua requisitoria – non vi sarebbe stato inquinamento”. L’accusa aveva chiesto una condanna a tre anni di reclusione.

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