Sopralluogo nel cantiere dell’ex Massa: le precisazioni dei senatori M5S

Margherita Corrado, della Commissione Cultura e Iunio Romano, hanno puntualizzato alcuni aspetti della visita dello scorso 9 luglio

L'area del cantiere

LECCE -  Sul sopralluogo dello scorso 9 luglio, nel cantiere di Piazza Tito Schipa a Lecce, i senatori del Movimento 5 Stelle sentono di dover fare alcune precisazioni. Margherita Corrado e Iunio Romano, infatti, parlano di : “Forzatura presentare il sopralluogo di un'archeologa della Commissione Cultura e del collega eletto nel collegio di Lecce, né più né meno come l'avallo di quel consesso e/o del ministero Beni Culturali all'operazione di project financing con cui, più di dieci anni fa, il Comune ha demandato ad un privato la rifunzionalizzazione di un'area di circa 600 metri quadrati sita in pieno centro, a pochi passi dal Castello Carlo V”. I due esponenti pentastellati proseguono, nella nota inviata agli organi di stampa, con parole che riportiamo interamente, di seguito:

“Il sopralluogo è stato sollecitato da un componente del Comitato cittadino che dal 2014 si adopera per favorire un ripensamento della destinazione a centro commerciale del sito che fu della Caserma Massa per circa un secolo, fino alla demolizione del 1971. Prima, dal 1432 all'Unita', aveva ospitato il celebre convento francescano di Santa Maria del Tempio, titolo generato probabilmente dall'originario possedimento confiscato ai Templari all'inizio del Trecento.  All'importanza del complesso monastico per la storia della città, importanza che è fonte ineludibile di un interesse culturale rimasto intatto nonostante la demolizione delle fabbriche, come riconosciuto dal suddetto Comitato, si aggiunge una valutazione politica sull’opportunità del progetto anch'essa del tutto negativa da parte del consigliere M5s Fabio Valente. Un centro commerciale distribuito su tre piani interrati, con parcheggio ipogeo per quasi 500 veicoli, avrà inevitabilmente un grosso impatto sulla qualità della vita dei residenti e sulla sopravvivenza degli esercizi commerciali già attivi nel quartiere. Una scelta simile merita, perciò, un’attenta e partecipata valutazione dei pro e dei contro. L'aggravio si può infatti prevedere notevole, in termini di attrazione del pubblico verso il centro storico e quindi di congestione del traffico veicolare (perciò di inquinamento aereo e acustico), tant’è che la sede ‘naturale’ di simili mastodontiche realizzazioni è di norma in periferia o comunque defilata rispetto al cuore della città. Alla luce del sopralluogo del 9 luglio, favorito in ogni modo dalla cortesia della soprintendente, che si ringrazia, ci preme condividere con la cittadinanza qualche riflessione.

Con l’accordo raggiunto nel 2016, il Ministero sembra avere messo fine alla lunga stagione dell’incertezza sul destino dell’opera e avere sbloccato definitivamente il cantiere di Piazza Tito Schipa, a condizione che siano rispettate alcune prescrizioni tutt’altro che draconiane. A dispetto dell’evidente soddisfazione del privato e del Comune, che continua a reputare strategico il progetto, questo esito rappresenta una sconfitta, lo diciamo a chiare lettere, per chiunque abbia a cuore i beni culturali (leccesi e non) e l’interesse pubblico. E a chi obiettasse che gli uffici territoriali del Ministero, con la loro altalena di pareri, hanno causato una intollerabile perdita di tempo, ricordiamo che, come ha bene evidenziato la dott.ssa Paola Tagliente in un articolo pubblicato nel 2017 sulla rivista “Archeomafie”, grazie al quale il caso leccese è diventato paradigmatico di un certo malcostume, tutto nasce da una grave inadempienza comunale nella fase di progettazione preliminare.

La nostra personale sensibilità mal sopporta il sacrificio alla logica dell’interesse privato anche di un solo metro di un’area archeologica dell’importanza di quella di S. Maria del Tempio, e ripetiamo importanza ben sapendo di scontentare qualcuno, ma vogliamo essere pragmatici. Lo stato dell’arte è tale, oggi, che solo quanto avanza della chiesa cinquecentesca pare destinato a scampare allo sventramento dell’area. Dobbiamo farcene una ragione: salvo ripensamenti (!), la ferita inferta alla città storica quasi mezzo secolo fa con la demolizione di uno dei suoi monumenti cardine sarà colmata mediante una colata di cemento rivestita di pietra di Trani (o simile). Significa rinunciare a cogliere l’opportunità di un recupero rispettoso della memoria collettiva e orientato, ad esempio, ad incrementare il verde pubblico e i servizi atti a migliorare la vivibilità del quartiere per i residenti, vantaggio di cui godrebbero anche i tanti turisti che visitano Lecce.

All’orizzonte, però, vediamo un pericolo ancora più grave. Se non si procederà immediatamente alla messa in sicurezza dei resti della chiesa, in attesa di intervenire su di essa con un valido progetto di restauro, l’installazione di una copertura estesa all’intero perimetro, da rendere poi agibile, e la predisposizione di quanto serve alla fruizione virtuale dei ruderi mediante realtà aumentata, anche ciò che rimane dell’edificio di culto, quasi mitragliato dai tagli delle sepolture individuali e collettive superstiti sotto la pavimentazione (asportata), rischia di andare perduto. Nonostante le rassicurazioni della Soprintendente, le risorse necessarie a realizzare quanto sopra sono certamente cospicue, mentre la progettazione è tutta di là da venire e alquanto vaga l’assunzione di responsabilità finanziaria da parte di chi dovrà sobbarcarsi la spesa.  Chiederemo perciò al ministero – ieri abbiamo avuto un primo abboccamento – di vigilare affinché la demolizione malauguratamente accordata delle fabbriche superstiti del convento di Santa Maria del Tempio sia subordinata all’acquisizione di certezze sul fronte della restituzione ai cittadini di un’area limitata e marginale (quella della chiesa) ma almeno adeguatamente musealizzata e resa pienamente fruibile. Rinviare questo intervento, posticipandolo a quando il centro commerciale sarà stato realizzato, significa esporla al pericolo di un degrado inesorabile, indegno di una città di grande tradizione culturale qual è Lecce.

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Resta il rammarico per la mancanza di visione prospettica dimostrata, nel tempo, da più di un dirigente ministeriale “né caldo né freddo”, privo cioè di quel coraggio che, insieme alla disciplina e all’onore, dovrebbe essergli richiesto quando è in gioco l’interesse dei cittadini (presenti e futuri). Resta, soprattutto, se guardiamo alle scelte dei decisori locali succedutisi in questi anni, il sapore amaro del gioco al ribasso che assicura, a pochi, un vantaggio limitato all’oggi (o a domani mattina), mentre rinuncia scientemente allo sforzo/dovere ma anche alla soddisfazione di perseguire una utilità condivisa e di lunga durata, cioè all’obiettivo stesso cui dovrebbe mirare ogni amministratore pubblico”.

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