Cronaca

Da "re delle rapine" a Invalidopoli. La Dia sequestra beni per 2 milioni e mezzo di euro

Il personale della Direzione investigativa antimafia ha eseguito, questa mattina, la misura patrimoniale preventiva nei confronti di un uomo di San Donato di Lecce, sorvegliato speciale. Ingente il valore di beni mobili e immobili ai quali sono stati apposti i sigilli

Il dirigente della Dia di Lecce, Leonzio Ferretti

SAN DONATO DI LECCE – Quando, ormai adagiato, credeva di non poter più essere scalfito. Quando, anziano, oltre che invalido civile, avrà creduto che i suoi 79 anni l’avessero reso immune alle staffilate della giustizia. E’ in quell’istante che le sue certezze sono crollate e gli investigatori della Dia hanno bussato alla porta di casa. All’alba di oggi.

L’impero immobiliare di Mario Grande, boss (decaduto) di San Donato di Lecce, del valore di 2 milioni e mezzo di euro, è stato sfilacciato questa mattina dagli uomini della Direzione investigativa antimafia del capoluogo salentino. Gli inquirenti, coordinati dal dirigente Leonzio Ferretti, hanno richiesto direttamente il sequestro preventivo nei confronti del patrimonio di Grande direttamente alla seconda sezione penale del Tribunale di Lecce, “scavalcando” la Procura. Le verifiche eseguite sui redditi dell’uomo, di sua moglie, dei due figli e del genero, hanno consentito di appurare una sproporzione di un milione e 100 euro, nell’arco temporale compreso tra il 1972 e il 2013.

Tra i beni ai quali sono stati apposti i sigilli: una villa, 4 abitazioni, un’intera palazzina composta da 4 unità e due garage. E, ancora, due locali commerciali , altri due appartamenti nella marina di Torre dell’Orso, numerosi terreni agricoli e un altro paio di appezzamenti di terreno nelle zone di Lecce e Porto Cesareo. E’ una storia da sceneggiatura cinematografica, quella di Mario Grande. “Cane sciolto” della malavita locale che, con l’aiuto di pochi complici, è riuscito a farsi strada senza sgomitare e, soprattutto, senza alcuna affiliazione ai clan della Sacra corona unita. Tutt’altro. Semmai, alla Scu, ci si è rivolto qualcun altro. Un collaboratore di giustizia che, negli anni Novanta, non ne poteva più del monopolio di Grande. Forte del suo stesso cognome, infatti, il 79enne, temuto e rispettato, spadroneggiava nel piccolo comune, tenendolo sotto scacco.

Fu proprio quel pentito a dichiarare agli inquirenti di essersi persino rivolto alla famiglia dei Tornese, per chiedere il "laissez-faire" per poter eseguire attentati dinamitardi, ed estromettere il controllo di San Donato di Lecce dalle mani di Grande. Il 79enne, sorvegliato speciale, è uno dei nomi di spicco del panorama malavitoso degli anni Ottanta. Nel suo curriculum si contano numerose rapine e colpi. A suo carico, una sentenza passata in giudicato

Negli anni Ottanta, fu l’organizzatore di tre rapine ai danni di altrettanti istituti di credito (alla Popolare neretina, alla Banca agricola di Matino e la Banco di Napoli di Nardò), e  a un portavalori dell’istituto “Svelialpol”, dal quale ne scaturì un conflitto a fuoco con la polizia, nel mese di settembre del 1979, sulla strada Maglie-Scorrano. Dopo una decina di anni di reclusione presso il carcere del capoluogo salentino, cambiò tipologia di business, diventando un faccendiere.  Negli anni Novanta, l’anziano fu coinvolto nello scandalo “Invalidopoli”, nella quale fu accusato di aver corrotto i componenti di una commissione medica, al fine di agevolare la concessione dell’indennità di accompagnamento a favore di alcune persone, ottenendo in cambio consistenti somme di denaro.

Tra gli indagati, peraltro, finirono diversi medici dell’ospedale “Vito Fazzi” di Lecce e un funzionario della polizia municipale, accusato di “gonfiare” i sinistri stradali per mettere nelle condizioni i finti invalidi di ottenere il sussidio. Un contributo che è stato, del resto, riconosciuto allo stesso boss già all’età di 41 anni. Idem per la moglie, invalida anche lei, sin dall’età di 32 anni.

Quell'inabilità riconsciuta dallo Stato, tuttavia, non gli ha impedito si svolgere due attività. Una lecita, gestita assieme alla coniuge, che consisteva nella vendita di uova e pollame. L’altra, decisamente più redditizia, tradotta in colpi ed efferate rapine. Tra quelle più note che avrebbe ideato, e nella quale non sarebbe rimasto direttamente coinvolto, l’assalto al vagone delle Ferrovie Sud Est, il 13 agosto del 1980. In quell’occasione, i complici di Grande furono tratti in arresto.

Durante le indagini, gli investigatori rinvennero una lettera inviata questi ultimi a Grande. Nella missiva, una richiesta esplicita di denaro: una somma di 50 milioni di vecchie lire che, secondo i mittenti, il boss di san Donato di Lecce avrebbe dovuto corrispondere loro come introito ricavato dalla rapina. In caso contrario, avrebbero spifferato il suo nome agli inquirenti, come unico individuo sfuggito alla cattura. Ma non ai tentacoli del fisco e della Dia, come il blitz di questa mattina ha dimostrato.

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