Lo strapotere del padre e quel lungo silenzio di vent'anni sugli incesti

Secondo il giudice, la ragazza oggi 29enne del basso Salento ha trovato il coraggio di denunciare gli abusi solo quando ha raggiunto la giusta maturità psicologica ed emotiva

LECCE - Ha taciuto per più di vent’anni, ma ora che di anni ne ha quasi trenta ed è diventata una donna ha trovato il coraggio di parlare e denunciare gli abusi subiti sin da bambina, proprio dall’uomo che avrebbe dovuto prendersi cura di lei e invece l’ha resa madre con la violenza. Sì, perché “lo strapotere del padre” le avrebbe tolto tutto, la spensieratezza e l’amore che meritano i bambini, il rispetto che meritano le donne, la gioia dell’attesa di un figlio, e infine le parole.

Perché quando restò incinta del padre la prima volta, a 15 anni, e lo raccontò alla madre, il risultato fu che questa non fu in grado di proteggerla, essendo anche lei vittima del marito, e nel tragitto dall’ospedale, dove abortì, a casa, il genitore la violentò per “punirla”. E veniva punita così, anche quando si procurava conati di vomito pur di non uscire da sola con lui che, intuendo l’espediente, la minacciava: “Con me non devi scherzare… te la faccio pagare”.

E’ questa la terribile storia contenuta nell’ordinanza di custodia cautelare emessa oggi dal gip Cinzia Vergine, su richiesta del pubblico ministero Stefania Mininni, il magistrato che ha coordinato le indagini.  

“Il lungo silenzio serbato dalla ragazza deve interpretarsi quale conseguenza della sopraffazione stessa, di cui costituisce insieme riprova e conseguenza, secondo un copione purtroppo comune in cui il tacere al proposito è l’esatto portato delle patite violenze e della sudditanza delle vittime al carnefice. Sudditanza superata grazie a una non comune forza d’animo che ha consentito alla allora minore di “sopravvivere” alla violenza e resistere alla stessa una volta raggiunto un minimo di “maturità” per poi rivelare il suo vissuto allorché ha trovato sponda nel compagno a lei finalmente e realmente vicino, una volta che le si è concretamente palesata la possibilità di conoscere un ambiente familiare realmente accudente, ed una via di fuga ove ritrovare serenità”, scrive il giudice.

Secondo il gip la giovane ha denunciato solo a fronte della raggiunta maturità psicologica ed emozionale. Insomma, la bambina è diventata grande e ha trovato la forza per urlare. E “vomitare” contro chi gli aveva rapito anche la voce. E, oggi, ad essere punito è stato il padre, privato del bene più prezioso, la libertà. Le parole, quelle, dovrà trovarle per respingere le accuse, a meno che non scelga lui, stavolta, la via del silenzio durante l’interrogatorio di garanzia che si terrà lunedì mattina, alla presenza degli avvocati difensori Luigi e Alberto Corvaglia.

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