Soldi e champagne sparivano dal Bar Raphael: condannati in quattro

Il titolare dello storico locale leccese da tempo aveva notato ammanchi di derrate e soldi. Solo con l'impiego di un sistema telematico la contabilità ritornò in ordine. Poi, una sera, un suo collaboratore storico confessò tutto. E si è andati a processo

Il Bar Raphael di Lecce.

LECCE – Fu la confessione di uno dei suoi collaboratori storici a innescare l’indagine. Massimiliano Zito, 44enne di Lecce, che aveva già patteggiato un anno, assistito dall’avvocato Annamaria Delli Noci, oggi è stato ascoltato come testimone nel processo, in cui, davanti al giudice Angelo Rizzo, si è arrivati alla definizione di quattro condanne e un’assoluzione in primo grado per furto aggravato e continuato a carico di altrettanti dipendenti dello storico Bar Raphael di Lecce. Nel processo, il titolare, Domenico Renna, 39enne, s’è costituto parte civile.  

Un anno, dunque, la condanna per: Luigi Pascali, 65enne originario di Vernole, ma residente a Lecce; Guido Pesimena, 32enne originario di San Pietro Vernotico, ma residente a Trepuzzi; Maria Giuliana Barcau, 46enne, cittadina rumena residente a Lecce; Manuel Margiotta, 38ene nativo di Latina, ma residente a Vernole. Assolto Mario Ligorio, 43enne, originario di Grottaglie ma residente a Lizzanello. Determinante proprio la testimonianza di Zito. 

Renna, amministratore unico del bar dal 2002, con l’avvocato Scippa, presentò denuncia in Procura nel novembre del 2011. Nutriva già sospetti da qualche anno, perché nel pareggio contabile, a una serie di acquisti quotidiani, non corrispondevano gli introiti giusti, cioè pari se non superiori. Non solo. Spesso sembravano “sparire” anche beni acquistati da pochi giorni, anche da uno soltanto. Le cose iniziarono a cambiare solo quando decise di meccanizzare la cassa e il banco del bar installando un sistema automatico e telematico.

Ma i sospetti divennero quasi certezza soprattutto quando Zito, una sera, dopo la chiusura, ricevendo dal titolare un passaggio in auto verso casa, e con cui aveva ormai un rapporto di fiducia, visto che la loro conoscenza era datata nel tempo, forse colto da rimorso, confessò che per anni, vario personale che si era susseguito, aveva coltivato la pessima abitudine di portare via dal bar generi, bottiglie di liquore e di champagne, ma anche caffè e persino cifre variabili a turno tra i 60 e gli 80 euro.

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Stando a quanto riferito da Zito al titolare, sarebbe stato Pascali la “mente”, tanto più che era lui, molto spesso, ad aprire l’attività la mattina, e che disponeva anche del magazzino. Il “bottino” sarebbe poi stato diviso con gli altri. Solo con i sospetti sempre più forti e l’uso di un sistema telematico (e con il pensionamento, nel frattempo, di Pascali), la vicenda aveva avuto fine. Da quel momento in poi, Renna non aveva più scoperto anomaile. Il dipendente pentito si rese così disponibile a raccontare i fatti davanti agli inquirenti. E la vicenda è oggi approdata a un primo finale. 

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