Cronaca

Somme versate in ritardo, a processo un’addetta alla cassa Alpi della Asl di Lecce

Al banco degli imputati, a partire dal 6 settembre, siederà una 55enne di Carmiano, accusata di non aver rispettato il regolamento sui versamenti dei soldi ricevuti dai pazienti per le visite in Intramoenia

CARMIANO - Il regolamento parla chiaro: l’operatore di cassa addetto a riscuotere le parcelle dovute per le prestazioni fornite in regime di Alpi (attività libero professionale in Intramoenia) devono essere versate sul conto dell’Azienda sanitaria, presso la tesoreria, una volta alla settimana, ed entro e non oltre il giorno seguente all’incasso se questo è superiore ai tremila euro.

Ma alla regola non si sarebbe attenuta un’impiegata 55enne di Carmiano che pagherà i suoi “ritardi” con un processo. Lo ha stabilito, nei giorni scorsi, il giudice Cinzia Vergine, al termine dell’udienza preliminare nel corso della quale, la donna, assistita dall’avvocato Nicola Capozzoli del Foro di Roma, era fiduciosa di ottenere il proscioglimento.

Il gup ha, invece, ritenuto che la questione debba essere approfondita e così ha fissato per il 6 settembre l’inizio del dibattimento dinanzi alla seconda sezione penale del tribunale di Lecce, nel quale la Asl di Lecce sarà parte civile con l’avvocato Alfredo Cacciapaglia.

Dal banco degli imputati, la 55enne dovrà respingere l’accusa di peculato, perché in qualità di addetta alla cassa dello sportello Alpi avrebbe versato tardivamente parte delle somme riscosse dai pazienti nel 2017: 8.366 euro su un totale di 9.430. Per esempio, gli importi che riguardavano le date del 4 e del 20 aprile del 2017, pari a circa 3.100 euro, risultano versati l’11 maggio 2017, quindi rispettivamente con un ritardo di 37 e 21 giorni; quelli del 15 e 19 giugno, pari a 1.394 euro, dopo più di 160 giorni.

Queste alcune delle anomalie riscontrate durante le indagini condotte dal pubblico ministero Paola Guglielmi con i carabinieri del Nas che verificarono pure come altre somme, per un totale di circa mille euro,non risultassero ancora versate.

Stando alla difesa, l’imputata non avrebbe mai utilizzato per sé il denaro, che per prassi dell’ufficio sarebbe custodito in cassaforte.

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