Parte la prima sperimentazione per salvare gli ulivi: "L'eradicazione non è la risposta"

Presentato un progetto sperimentale che prevede l'utilizzo di molecole o prodotti biocompatibili per aiutare la resistenza delle piante e la loro ripresa. Coinvolte le università di Lecce e Foggia. Il presidente di Copagri sarà martedì in commissione Agricoltura in Senato

Da sinistra Fabio Ingrosso e Francesco Lops.

LECCE – La diffusione del complesso del disseccamento rapido dell’olivo può essere gestito, mentre l’eradicazione delle piante infette – o sospettate di esserlo – non può essere la soluzione del problema intorno al quale si addensano opinioni, illusioni, ma nessuna certezza.

Ne sono convinti Fabio Ingrosso, presidente provinciale della Confederazione produttori agricoli (Copagri), il docente Francesco Lops e la ricercatrice Antonia Carlucci, esperti in patologia vegetale dell’Università di Foggia, che questa mattina hanno illustrato la sperimentazione che prenderà il via il 22 marzo in alcuni terreni dove è stata verificata la presenza del batterio della xylella fastidiosa. Si tratta di alcuni fondi che guardano al versante ionico, per esempio a Veglie e a Leverano, e di altri vicini all’Adriatico, nel territorio di Surbo e in quello di Trepuzzi.

La tesi che si vuole dimostrare è che con il semplice utilizzo di prodotti e di molecole biocompatibili si possano aiutare le piante ad aumentare la capacità di resistenza agli agenti patogeni, sviluppando una caratteristica che la pianta già possiede nel suo Dna. L’olivo, così come tutte le altre specie naturali, gode di ottima salute nonostante la quotidiana aggressione di batteri. Lops ha spiegato che fino ad ora tutte le attenzioni sono state concentrate sul batterio e, soprattutto sui vettori, reali e potenziali, ma che nulla è stato osservato rispetto alla relazione che intercorre tra l’agente patogeno e l’ambiente circostante. Ecco perché la sperimentazione – la cui prima fase si concluderà il 31 dicembre – è stata organizzata in due contesti relativamente differenti.

Carlucci ha sottolineato come l’eradicazione sia una extrema ratio per gli ulivi irrimediabilmente compromessi, ma che non può assolutamente essere immaginata come la regola perché le conseguenze potrebbero essere devastanti per il territorio: cosa accadrebbe, infatti, se il disseccamento si propagasse ad altre specie diffuse, come gli alberi da frutto e tante altre? Secondo la ricercatrice, con le opportune cure agronomiche e con la stimolazione della ripresa vegetativa, si potrebbe anche trasformare il patogeno da quarantena, conosciuto fino ad oggi più che altro come il batterio killer, in quello che tecnicamente viene definito endemismo, cioè la presenza circoscritta di un organismo animale o vegetale in un dato territorio.

Lops ha anche spiegato che la sperimentazione, nella quale è coinvolta anche l'Università del Salento, riguarderà l’utilizzo di molecole singole o in combinazione, con l’utilizzo di prodotti già presenti sul mercato e inclusi anche in alcuni disciplinari di altre colture, come quello relativo alla batteriosi del kiwi. Ingrosso, da parte sua, ha precisato che il progetto presentato non entra in rotta di collisione con il ruolo dell’Osservatorio regionale fitosanitario e nemmeno con il piano del commissario all’emergenza Giuseppe Silletti. L’avvio della sperimentazione è infatti stato comunicato a tutti gli enti e soggetti interessati, ma è chiaro che si vuole provare concretamente a percorrere una strada alternativa a quella imposta dagli organismi comunitari secondo protocolli rigidi che riguardano tutti i batteri da quarantena.  

Il presidente di Copagri ha chiarito che l’Italia non può certo correre il rischio di una procedura di infrazione da parte dell'Unione Europea. Ingrosso sarà ascoltato domani in commissione Agricoltura, in Senato, insieme, tra gli altri, anche a Silletti e al portavoce del comitato “La voce dell’ulivo”. All’illustrazione per sommi capi della sperimentazione hanno fatto seguito interventi di agronomi e produttori che hanno messo in evidenza da una parte l’inconcludenza di quanto fatto fino ad oggi – a quasi tre anni dalle prime segnalazioni – e dall’altra la necessità di agire in maniera efficace per salvare quante più piante possibile. L’abbattimento degli ulivi infetti e l’utilizzo di prodotti chimici aggressivi sono visti con sempre maggior sospetto, tanto più in assenza di evidenze scientifiche.

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E forse di tempo per agire limitando i danni ce n’è ancora perché tutto il piano operativo predisposto dal commissario appare predisposto a circoscrivere il “contagio” alla zona della provincia di Lecce, con l’impiego di quasi tutto il budget previsto, circa 13 milioni di euro, per l’attuazione delle indicazioni operative, senza spazio né per la ricerca né per interventi nelle zone a sud della fascia di eradicazione. Come se il Salento fosse stato lasciato volutamente a se stesso, quanto a utilizzo di uomini e risorse, a se stesso per concentrare tutti gli sforzi sulla linea del possibile avanzamento del disseccamento. Nella zona già dichiarata infetta, cioè tutto il territorio provinciale, i proprietari o i conduttori dei fondi devono invece agire in prima persona, ma non è previsto l'intervento sostitutivo dell'Agenzia regionale per le risorse irrigue e forestali.

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