Feto nell'armadio, sulla giovane madre l'accusa d'infanticidio

Chiuse le indagini preliminari a carico della ragazza di Squinzano che a febbraio partorì un neonato ritrovato senza vita. Per le Procure avrebbe agito con sorella e cognato. Contestato anche l'occultamento di cadavere

LECCE - Infanticidio in condizioni di abbandono morale e materiale e occultamento di cadavere in concorso. Con queste accuse, la Procura dei minori e quella ordinaria hanno chiuso le indagini preliminari sia a carico della ragazza di Squinzano, divenuta maggiorenne da poche settimane, che il 9 febbraio scorso partorì un feto, ritrovato senza vita in un armadio, sia della sorella 27enne e del compagno di quest’ultima, 46enne. Gli avvisi sono stati notificati in queste ore.

L’11 ottobre scorso la ragazza si è avvalsa della facoltà di non rispondere nel corso dell’incidente probatorio durato quasi quattro ore davanti ai giudici delle indagini preliminari del tribunale ordinario e dei minori, Simona Panzera e Ada Colluto.

Le accuse dei pubblici ministeri Anna Carbonara (minori) e Donatina Buffelli (Procura ordinaria), dunque, per ora restano in piedi, nonostante l’autopsia al feto del 21 febbraio scorso, con perizia depositata alla fine di aprile, abbia stabilito che il neonato sia venuto al mondo già privo di vita, poiché soffocato dal cordone ombelicale, riscontrato di lunghezza anomala. A realizzare l’esame, il medico legale incaricato dai magistrati, Ermenegildo Colosimo, e il consulente Cosimo Lorè, docente di medicina legale presso l’Università di Siena, per conto della difesa.

L’esame, dunque, sembrava escludere una soppressione volontaria, ma l'inchiesta è stata tutt'altro che archiviata. Per gli inquirenti, infatti, la ragazza – all’epoca 17enne – versando in condizioni di abbandono materiale e morale connesse al parto, avrebbe procurato la morte del feto all'atto della nascita, collocandolo poi il corpicino in una busta di plastica e celandolo in un armadio. Il tutto, appunto, in concorso con sorella e cognato.   

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Tutto avvenne all’inizio dell’anno, quando la ragazza fu costretta a recarsi in ospedale, presso il “San Giuseppe” di Copertino, per una forte emorragia. Si scoprì così il parto, avvenuto non più di tre o quattro giorni prima. Il neonato, nascosto in un armadio dell’abitazione della sorella, con cui in quel periodo coabitava, fu ritrovato dai carabinieri della stazione di Squinzano. Da lì nacque l’indagine, approdata ora al passo che potrebbe precedere il rinvio a giudizio. I tre sono difesi dagli avvocati Fabrizio Tommasi e Maurizio Scardia.

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