Colpo di scena: "Messa alla prova non valida, a processo per infanticidio"

La giovane mise al mondo un bimbo, trovato morto nell'armadio. Nel frattempo, un'altra gravidanza. Per servizi sociali percorso comunque svolto con efficacia. Ma il collegio, nel frattempo cambiato, è stato di altro avviso

Il tribunale per i minorenni di Lecce.

LECCE - L’avevamo lasciata ieri, appena maggiorenne, con un percorso rieducativo davanti. Se fosse filato tutto liscio come l’olio, le si sarebbero spalancate le porte di una nuova vita. La ritroviamo oggi, giovane mamma di una bimba da poco nata, con un compagno stabile, quel percorso quasi del tutto compiuto. Eppure, a concreto rischio processo. La messa alla prova alla quale era stata sottoposta, non è stata ritenuta valida. E i reati di cui risponde, non sono certo da poco: infanticidio e occultamento di cadavere.

La vicenda, inusuale nel suo svolgimento, nasce da un caso di cronaca ben noto, avvenuto nel nord Salento. Una ragazza, all’epoca dei fatti 17enne, partorì un bimbo, ritrovato successivamente senza vita dentro un sacchetto di plastica, in un armadio di casa. La scoperta avvenne il 9 febbraio del 2017, quando, a causa di una forte emorragia, la giovane finì in ospedale. Al pronto soccorso del “San Giuseppe da Copertino” i sanitari capirono subito a cosa fosse dovuto il sanguinamento. Tanto che di lì a poco furono interessati i carabinieri di Squinzano, il paese nei dintorni del quale il fatto era avvenuto.

Già condannati cognato e sorella

Al macabro ritrovamento seguirono rapide indagini che portarono a tre imputati. Non solo la ragazza, ma anche la sorella e il cognato, oggi, rispettivamente, di 28 e 47 anni, che le avrebbero fornito supporto in quella drammatica situazione e che sono stati condannati dal Tribunale ordinario, in primo grado, a 14 anni e mezzo ciascuno. Per loro, un processo che si sta avviando verso la fase dell’appello. Probabilmente, si arriverà a un cospicuo abbassamento della pena.

Per la ragazza, invece, finita davanti al Tribunale dei minorenni, si stava prospettando la possibilità di una sentenza di non luogo a procedere, qualora la messa alla prova si fosse conclusa con esito positivo. Ma, ed è un colpo di scena, questa non è stata ritenuta valida. Colpo di scena perché, responsabilità sostanziali da parte della giovane, non sembrano esservi. L’iter sarebbe stato seguito alla perfezione. Quantomeno, di questo avviso sono stati sia i servizi sociali, sia il pubblico ministero Anna Carbonara, concordi nel ritenersi soddisfatti.

"Sotto processo" proprio la messa alla prova

Il problema, allora, sembra essere un altro. E’ stato proprio il tipo di messa alla prova alla quale è stata sottoposta la ragazza a finire “sotto processo”, se così si può dire. E’ stato ritenuto blando, praticamente inefficace dal nuovo collegio giudicante, presieduto da Ida Cubiciotti, che ha ereditato il procedimento dal collega Aristodemo Ingusci, nel frattempo sostituito in via temporanea*. Insomma, stessa pratica, cambio di giudice e svolta radicale e, forse, persino imprevedibile. Decisione saggia? Decisione ingiusta? Cortocircuito istituzionale? Difficile da dirsi, da qualunque prospettiva si guardi questa storia che LeccePrima ha appreso nei giorni scorsi e che è del tutto inedita. E che oggi si può raccontare in esclusiva dopo una serie di verifiche, considerando l’estrema delicatezza della materia.

Nel luglio del 2018 la richiesta di messa alla prova per la ragazza, difesa dall’avvocato Fabrizio Tommasi, era stata accolta dal giudice Ingusci, dopo il parere favorevole del pubblico ministero Carbonara. Tutto è andato bene, fin quando, a settembre, essendo nel frattempo cambiato il collegio, si sono rinnovati gli atti. Va detto che la messa alla prova, con attività miste di volontariato e sportive, fino ad allora, era durata sette mesi sui quattordici previsti, perché nel frattempo era subentrato un fatto nuovo. La ragazza, che ovviamente aveva continuato anche la sua vita, aveva conosciuto un giovane con il quale ha avuto un bambino.

Nessuna complicazione, questa volta, ma, chiaramente, si è dovuto fare il punto della situazione, alla luce di quest’interruzione. Per l’Ufficio del servizio sociale dei minorenni, il percorso si sarebbe comunque potuto ritenere concluso con esito soddisfacente. Idem per il pubblico ministero, che ha così richiesto il non luogo a procedere. Inutile aggiungere che dello stesso avviso è stato il difensore della ragazza.

Diversi rilievi mossi dal nuovo collegio

Ma il collegio giudicante ha mosso alcuni rilievi, i quali hanno rappresentato una spia di come la situazione potesse assumere di lì a poco una piega molto diversa. Per esempio, ha sottolineato che la ragazza si sia sempre avvalsa della facoltà di non rispondere. Di fatto, non ha mai fornito una sua versione sulle circostanze di cui è stata co-protagonista, secondo gli inquirenti, con sorella e cognato.

Ancora, il collegio ha rilevato che la nuova situazione familiare, con una bimba a carico e senza occupazione, né lei, né il compagno, risulta tutt’altro che stabile. Per questo, ha preteso la redazione di un nuovo progetto, puntando su un percorso psicologico in grado di farle comprendere – è questo pressappoco il senso – la gravità delle accuse a lei mosse.

Il passaggio finale: "Si vada a processo"

Si arriva così agli ultimi giorni, con l’udienza di fine ottobre, durante la quale i servizi sociali si sono visti favorevoli a prorogare di un anno la messa alla prova, con un nuovo progetto, il difensore ha replicato ritenendo che questa potesse ritenersi comunque conclusa o, al limite, riproposta per altri tre mesi, ma con il collegio, sempre mosso dalle sue convinzioni già espresse, che ha tagliato corto. Nella sostanza, ha ritenuto che fin dall’inizio il percorso intrapreso non fosse idoneo al tipo di reati contestati, cioè tali da spingere verso una presa di coscienza di quanto avvenuto. Chiedendo quindi al pubblico ministero di ripartire dalla richiesta di rinvio a giudizio.

Va detto che il capo d’imputazione più grave, quello di infanticidio, è rimasto in piedi anche dopo che l’autopsia ha dimostrato che il neonato sarebbe venuto al mondo già privo di vita, poiché soffocato dal cordone ombelicale, di lunghezza anomala. Il tutto, in una situazione di disagio che potrebbe aver spinto alla decisione di nascondere i fatti, invece che manifestare una gravidanza. E sarà probabilmente anche da qui che ripartirà la difesa in una vicenda che sembrava essersi conclusa e che, invece, sorprendentemente riparte quasi da zero.

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*Articolo modificato il 7 novembre 2019 con doverosa rettifica. Il giudice Ingusci non è in pensione, come erroneamente riportato, ma assente in via temporanea. Un errore del quale, ovviamente, ci scusiamo.

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