Da minorenne “clandestino” a re del kebab. Storia di Faisal, dal Punjab al Salento

E' arrivato sull'isola di Lampedusa nel 2003 dopo un viaggio su un barcone partito da Tripoli, non aveva ancora compiuto 15 anni. Oggi gestisce tre attività commerciali a Lecce e provincia. Nel mezzo un percorso di inserimento con i progetti dello Sprar

In primo piano, Faisal, nel suo locale di viale dell'Università.

LECCE – Perché i clienti siano disposti a percorrere una quindicina di chilometri prima di tuffarsi nel traffico cittadino del tardo pomeriggio, un kebab deve essere proprio buono. Me ne rendo conto personalmente mentre sto seduto ad un tavolo della Coca Cola con Faisal, il gestore: solo un attimo prima ha finito di dirmi che per gustare la sua carne di pollo e tacchino si muovono in tanti dall'hinterland di Lecce e anche oltre. Mi sembra la solita esagerazione di chi in fondo è un commerciante, fino a che moglie e marito non scendono dall’auto lasciata in sosta con le quattro frecce ed entrano nel locale - che mi piace per l’abbinamento dei colori giallo e arancione delle piastrelle - per l’ordinazione, sottolineando di essere partiti da Leverano.

Colto da una fame insolita dato l’orario, finirò anche io per mettere alla prova la bontà del cibo di Faisal. Intanto, durante una lunga chiacchierata di circa un’ora mi saranno passate attorno una decina di persone. Il loro tratto comune uno slancio affettivo sincero verso il mio interlocutore e una confidenza che si vede poggiare su una base autentica, il rispetto.

La storia di Faisal Shezad, oggi 26enne, è di quelle che si possono definire felici. Non solo perché oggi è il proprietario di tre attività – Lecce, Nardò e Galatina -, ma perché nel suo lungo percorso di inserimento ha avuto la fortuna di incontrare persone in gamba, agenti di polizia e operatori di vari ambiti, e l’intelligenza di affidarsi loro senza pregiudizi di sorta. Nato a Dhoul Ranjha, una cittadina del Punjab pachistano, ha lasciato la sua terra nell’estate del 2003, quando non aveva ancora compiuto i 15 anni. Lo fa per motivi economici: la sua è una famiglia modesta, ma dignitosa. Il padre è contadino, la madre si occupa dei sei figli, di cui quattro maschi. Faisal è il più grande e ricorda la sua infanzia e adolescenza con serenità: in fondo, dice, non gli è mai mancato da mangiare. Nel suo paese non è certo insolito partire in età scolare: aiutare i propri genitori fa parte dell’ordine della cose. Così si lascia alle spalle “la terra dei cinque fiumi” (questo il significato letterale di Punjab), e approda in Libia dopo un viaggio aereo.  Sente profumo di Mediterraneo, sogna l’Europa, incontra subito la sfida più dura della sua vita: a Tripoli sale su un barcone, insieme ad una ventina di altre persone.

E’ metà agosto, fa caldo e le condizioni del mare sono buone. Dopo due giorni di navigazione, così ricorda, finisce la benzina e inizia la deriva: a gestire la traversata due tunisini, ma nessuno di loro pare un lupo di mare tanto che il carburante si esaurisce prima del previsto. Per fortuna passa un’imbarcazione da pesca, il cui comandante segnala via radio la presenza di quello scafo dopo aver rifiutato di prestare soccorso: due uomini in particolare sembrano star male. Non passa mezz’ora che sulla testa di Faisal e degli altri “clandestini” – termine in voga a quei tempi e ancora oggi di facile ricorso - volteggia un elicottero militare e poco dopo si materializza all’orizzonte la sagoma di una nave della marina italiana. E’ il 19 agosto quando, con passo incerto e intirizzito dalle condizioni della traversata, il ragazzino tocca il suolo di Lampedusa. Isola simbolo della grandezza, ma anche della miseria dell’animo umano dove piccole e grandi storie di solidarietà e di capacità operativa si incrociano con fallimenti clamorosi delle politiche di accoglienza e con strazianti morti delle quali, purtroppo, non si smette mai di rendere conto.

Del primo contatto con l’Italia ricorda le scarpe nuove che gli furono fornite insieme al vestiario e alle cure sanitarie di controllo. Dimostra subito capacità di adattamento, cerca di star dietro a qualche suo connazionale e forse l’età e la condizione comunque umile dalla quale proviene gli fanno passare addosso scene e situazioni che altrimenti rimarrebbero impresse nella memoria. Nel giro di pochi giorni viene portato a Crotone, in Calabria: sede di uno dei più grandi centri di accoglienza per richiedenti asilo, ma anche di identificazione e di espulsione. Con la sua presa in carico da parte di un uomo del suo stesso villaggio ottiene un permesso di sei mesi, al termine del quale dovrà ripresentarsi nella questura della città calabrese. Il primo contesto urbano nel quale si affaccia è Brescia, cuore della Lombardia e di un Nord produttivo dove la crisi economica è ancora di là da venire. Va a vivere in casa di altri pachistani, comincia a girare per le strade come ambulante e a guadagnare qualcosa. Quanto basta per pagare un affitto e mandare qualcosa a casa. Nel tragitto tra l’Italia e in Punjab quei 100, 150 euro assumono però un valore enorme e Faisal è contento di poter essere già in grado di contribuire al sostegno della sua famiglia. E’ sveglio – lo si vede anche ora – e affabile. Ha una predisposizione caratteriale verso gli atteggiamenti positivi che lo tiene lontano dai guai.

Alla scadenza del permesso deve tornare a Crotone: non ci pensa due volte, sale su un treno e si presenta in questura. Il suo mentore e connazionale ha preso un’altra direzione. Di quel passaggio ricorda l’ansia di poter essere rispedito indietro, in Pakistan, perché sa che senza una sorta di garante corre seri rischi di ritornarsene da dove è venuto: del resto ha appena 15 anni. Ma non si perde d’animo: non ha molte alternative, la cosa migliore che può fare è fidarsi di quanto gli viene detto da un’agente di polizia dell’ufficio preposto, una donna che Faisal ricorda ancora oggi come tra le “brave persone” incontrate nel suo cammino. E non si scoraggia nemmeno quando viene rimandato nel centro, nel quale trascorre qualche altro mese. Ad un certo punto si presentano quelli che lui ricorda come “i ragazzi di Anna”, i responsabili di un progetto dedicato ai minori non accompagnati previsto dal Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati. L’ente capofila è il comune di San Pietro Vernotico, il soggetto attuatore l’Arci. Faisal e un altro ragazzo vengono quindi portati nel Salento.

Studia l’italiano, segue un corso come apprendista meccanico, si attiene alle indicazioni che gli vengono date dagli operatori sebbene patisca di non poter lavorare. In fondo è per questo, pensa, che ha lasciato casa per raggiungere l’Italia. Diventato maggiorenne viene incluso in un progetto per categorie ordinarie e si trasferisce a Trepuzzi, dove ancora oggi vive. Continua a studiare, lo deve fare, ma finalmente può anche pensare di tornare a racimolare denaro col proprio sudore: e infatti l’occasione gli si presenta grazie all’azienda agricola Mongiò, che produce olio. Tra ulivi e macchinari si apre definitivamente la nuova fase della sua vita: è lì che riesce a riabbracciare un fratello, il primo familiare dopo tanto tempo, ed è lì che la sua retribuzione, via via crescente, gli consente di spedire ai genitori con una certa puntualità somme di denaro non trascurabili, soprattutto per un’economia povera. Quando gli chiedo in che modo tangibile sono stati impiegati quei denari, mi risponde: “Hanno sistemato la casa, vivono in buone condizioni”. Ed è una risposta controcorrente, in un quadro in cui intere generazioni, in Italia, vengono mantenute dai sacrifici della famiglia.

Lui ha rivisto i suoi solo nel 2010. Vorrei che mi descrivesse quel giorno, ma il suo sguardo vacilla e si perde in uno sforzo che non produce grandi risultati. La brillantezza nel fondo dei suoi occhi torna però in un battibaleno quando ci inoltriamo sul versante imprenditoriale, del quale naturalmente è molto orgoglioso: oggi ha sei dipendenti divisi in tre locali, uno dei quali gestito dal fratello anche lui oramai stabilmente nel Salento. L’idea di voler fare qualcosa in proprio, Faisal dice di averla sempre avuta e se la ride di gusto quando ammette di aver iniziato a vendere kebab senza nemmeno saperli fare: ora, a quattro anni di distanza, sostiene di poter fare le maratone e mi sfida ad andarlo a trovare in un giorno di grande affluenza come può essere un sabato, ma allora non sapeva da dove iniziare, lo riconosce. Si era però messo in testa di voler rilevare quell’attività che alcuni suoi connazionali gestivano in viale dell’Università, a due passi da Porta Rudiae: alle spalle un quartiere universitario e popolare, davanti il centro storico con il suo brulicare di turisti e giovani per buona parte dell’anno. Con 22mila euro si prende l’attività e saggiamente si tiene uno dei dipendenti in servizio. E’ da lui che impara l’arte del kebab.

Da quel giorno – era l’8 di agosto del 2010 – Faisal non ha mai chiuso nemmeno per un giorno di ferie e quando torna a far visita alla sua famiglia l’attività procede come un orologio svizzero. Ha comprato altre licenze in città, poi le ha rivendute, ora ha qualche nuovo proposito sul quale però resta abbottonato e in fondo non mi interessa nemmeno farlo sbilanciare. Colpisce molto di più la mia attenzione l’abbraccio che un fornitore, entrato nel locale, gli riserva chiamandolo "imprenditore". Non è una recita, nessuno sa che io sono un giornalista e che mi sono presentato solo dopo un vago appuntamento telefonico. Subito dopo fa capolino la vicina di negozio che chiede di poter riscaldare al microonde qualcosa. Faisal è insomma uno del quartiere. Poi è la volta di un ragazzo che vive nei paraggi: è una semplice visita per un “ciao, come stai?”.

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La storia di Faisal è, in fin dei conti, quella di un inserimento riuscito, di una metamorfosi da “clandestino” a cittadino di origine straniera perfettamente integrato e benvoluto: “Fidati – mi dice quando cerco di scucirgli il racconto di qualche episodio di intolleranza o di discriminazione – Lecce è una città tranquilla”. Ma è anche la storia delle buone prassi degli enti locali che aderiscono ai bandi del sistema di protezione per i richiedenti asilo e rifugiati e dell’impegno degli operatori salentini che fanno capo all’Arci e che attualmente sono impegnati in 17 progetti su tutto il territorio provinciale: sono “i ragazzi di Anna” – Anna Caputo è la presidente provinciale dell’associazione – che si spendono ogni giorno per persone come Faisal, alle quali magari basta dare una e una sola opportunità. Per vincere i pregiudizi nei quali alligna il germe della paura del diverso.

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