Lunedì, 14 Giugno 2021
Cronaca

Sudanese morì nei campi: "Aveva una polmonite aggravata dal duro lavoro"

Il medico legale Alberto Tortorella ha consegnato il referto finale dell'autopsia sul caso di Abdullah Muhamed, il 47enne africano deceduto il 20 luglio scorso. E' giunto alla conclusione che le particolari condizioni abbiano concorso nella morte. Tre sono gli indagati

La masseria nei pressi della quale lavorava l'uomo.

LECCE - Era malato di polmonite Abdullah Muhamed, il 47enne sudanese deceduto il 20 luglio scorso mentre raccoglieva pomodori in un campo di Nardò. Lo ha chiarito il medico legale Alberto Tortorella nella perizia disposta nell'ambito dell'inchiesta aperta a seguito della scomparsa del bracciante per omicidio colposo e caporalato.

Ma nelle 15 pagine di relazione, l'esperto sostiene pure che le condizioni lavorative abbiano inciso nell'evoluzione della malattia e quindi della morte: “Si tratta di un decesso da causa naturale seguito all'evoluzione di un quadro di polmonite a impronta emorragica, indubbiamente favorito dall'attività lavorativa non certo leggera espletata, peraltro in condizioni meteorologiche sfavorevoli per il caldo torrido di quella giornata; nonché dall'assenza di precauzioni di natura igienica e di qualsiasi iniziativa diagnostico-terapeutica: misure entrambe imperative e capaci, in questi casi, di modificare la prognosi della malattia e, quindi, di evitare il decesso del malato”.

Adesso il pubblico ministero Paola Guglielmi, titolare del fascicolo d'inchiesta, confronterà la consulenza con i risultati degli accertamenti svolti dai carabinieri della compagnia di Campi Salentina, del Ros (Raggruppamento operativo speciale) e dello Spesal prima di chiudere le indagini sul conto di Giuseppe Mariano detto “Pippi”, 76 anni, originario di Scorrano, residente a Porto Cesareo (tra gli imputati nel processo sull’organizzazione che avrebbe schiavizzato i braccianti nelle campagne neretine, smantellata con l’operazione “Sabr”, nel maggio 2012), ritenuto il vero titolare della ditta per cui lavorava l'operaio e di fatto intestata alla moglie Rita, anche questa indagata, e un uomo, originario del Sudan, considerato l’intermediario tra i datori di lavoro e i suoi connazionali. Per tutti gli indagati è ipotizzato il reato di omicidio colposo, mentre solo per i due uomini anche quello di capolarato.

Stando ai riscontri investigativi, Muhamed iniziò il turno di lavoro intorno alle 11,  senza un contratto, pare per 6 euro e 50 l’ora, e senza la valutazione di un medico sullo stato di salute. Sul posto non c’era acqua potabile né una zona d’ombra per ripararsi dal caldo e in quelle ore le temperature sfiorarono i 40 gradi. A questo fa riferimento anche la perizia del medico legale che a pagina 14 scrive: “Non sappiamo se nei giorni precedenti il decesso egli abbia avuto febbre o manifestato sintomi (tosse, dispnea, cianosi, dolore toracico, etc.).

Ma è certo che dal mattino del 20 luglio Abdullah ha sovente interrotto il lavoro per riposarsi, confidando al suo collega di non sopportare il caldo. La manifestazione improvvisa del decesso, in assenza di segni clinici premonitori in tal senso, induce a ritenere che il quadro di polmonite così grave e diffusa  abbia determinato un sovraccarico del piccolo circolo e del ventricolo destro del cuore; e che quest'ultimo sia stata, a sua volta, la causa di episodio di aritmia maligna (verosimilmente una fibrillazione ventricolare), ultima responsabile del decesso”.

Agli accertamenti medico legali hanno preso parte anche i consulenti Franco Faggiano, per conto degli indagati (difesi dall’avvocato Antonio Romano), e Roberto Vaglio, per la famiglia del defunto (assistita dall’avvocato Cinzia Vaglio).

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