Cronaca

Sul caso Renda aumentano le pressioni dall'Italia

Dalla Procura parte una richiesta di rogatoria internazionale, mentre il presidente della Repubblica risponde alla famiglia. Intanto, fra una ventina di giorni il referto degli esami istologici

Simone Renda-5

Messico e nuvole. Quelle cupe, dense di dubbio, cariche di sospetto. Da mesi si condensano attorno al caso di Simone Renda, tormentano i sonni dei familiari, alimentano le perplessità degli amici: forse l'ultima persona al mondo che si sarebbero aspettati di vedere in una cella. Peggio, di sapere che da una cella non c'è mai uscito, in un mondo dove fra le sbarre non muore più nessuno, neanche gli ergastolani. Ma da Lecce soffia forte la corrente che quelle nuvole vuole spazzare via, riportando una luce di giustizia in una vicenda in cui il fuoco del dramma è stato alimentato da scintille di superficialità. Alcune certe, altre supposte.

La certezza: buchi negli orari, voragini temporali all'interno delle quali è stata inghiottita le vita di Simone, con le porte di quella maledetta cella di sicurezza di Playa del Carmen che si sono aperte cinque ore e mezza dopo il momento in cui avrebbe dovuto guadagnare la libertà, una libertà toltagli per motivi a loro volta oscuri quanto la stessa tragedia che lo ha sconfitto per sempre. Malessere scambiato per ubriachezza? Il più imbarazzante degli equivoci, alimentato dall'incomprensione, da un mondo frammentato in idiomi in cui perdersi, quando si è stupiti e soli, è fin troppo facile, facile come morire nel più agghiacciante dei modi. Arrestato il 1° marzo scorso, 36 sarebbero dovute essere le ore di detenzione regolari, che si prolungarono illecitamente, senza motivi plausibili, per altre 5 ore e mezzo circa. Alle 3 del mattino del 3 marzo Simone avrebbe dovuto respirare a pieni polmoni l'aria fresca che precede l'alba, sotto il cielo stellato del Messico; ma i secondini si ricordarono di girare la chiave nella toppa solo intorno alle 8,30. Il medico legale avrebbe in seguito stabilito che il decesso di Simone, bancario, 34enne, era avvenuto fra le 7 e le 7,30. Infarto al miocardio. E non certo fulminante, se è vero che i referti medici, al momento dell'entrata in cella, quasi due giorni e mezzo prima, avevano già diagnosticato il principio di un malore al cuore.

La supposizione: le indagini successive, affidate alle autorità locali, non sarebbero state minuziose e approfondite come prassi richiederebbe, le responsabilità individuali ancora non del tutto accertate con la necessaria chiarezza, le pratiche lunghe e farraginose, alcune carte persino disperse: si parla da tempo di negligenza nell'adempimento delle proprie funzioni, di abuso di potere e di omicidio colposo come dei capi d'accusa, ma finora una sola persona è stata arrestata, un commissario di sicurezza pubblica municipale, responsabile del dipartimento di polizia il giorno della morte di Simone. Arrestato e subito dopo rilasciato, su cauzione: 85mila pesos, circa 5.700 euro, soldi che Pedro May Balam - questo il suo nome - in qualche modo è riuscito a raggranellare, per poi organizzare la propria difesa lontano dal carcere. Come gli altri che il carcere non l'hanno visto neanche da lontano, i secondini che quel giorno erano di guardia ed Ermita Valero González, il "giudice qualificatore", che ha sostenuto di fronte agli inquirenti di aver dato l'ordine di scarcerazione, ma a voce, per telefono. Niente di scritto e ordine che non sarebbe stato rispettato. C'è discordanza fra le dichiarazioni e poca limpidezza nel tirare le conclusioni. C'è la paura che il crimine rimanga impunito, o punito all'acqua di rose, che poi è lo stesso e forse anche peggio.

La Procura di Lecce prova così a tirare le sue, di somme. Il sostituto procuratore Angela Rotondano ha infatti inviato al ministero di Giustizia una richiesta di rogatoria internazionale. La speranza è quella di poter arrivare ad uno scambio di atti istruttori sulle indagini svolte in Messico, di dare un ordine al caos, rattoppare le falle. Il pressing aumenta, anche se giocare in trasferta è difficile, nonostante l'appoggio del presidente della Repubblica, che nei giorni scorsi ha risposto ad una petizione della famiglia, assicurando che sarà fornito al caso tutta l'attenzione necessaria. E intanto, un nuovo tassello per ricomporre il mosaico potrebbe provenire dal referto degli esami istologici. Il medico legale Alberto Tortorella effettuò il 14 marzo scorso la seconda autopsia sulla salma, una volta rientrata in Italia. La prima, eseguita in Messico, rivelò che la causa del decesso era da attribuirsi all'infarto, non rinvenendo traccia alcuna di sostanze alcoliche o stupefacenti.

Eppure l'arresto da parte della polizia turistica, chiamata dai proprietari della Posada Mariposa (l'ultimo albergo in cui sostò il leccese, durante la sua vacanza di circa un mese), avvenne per ubriachezza molesta: da qui l'idea che un malessere fisico fosse già in corso (Simone Renda, che aveva problemi di peso, soffriva di pressione alta) e il giovane, trovato seminudo ed in stato di semicoscienza, probabilmente bisognoso di aiuto, sia stato piuttosto scambiato per un individuo che aveva da poco assunto sostanze di qualche natura, in grado di alterarne lo stato psichico (alcuni giornali messicani, che evidentemente hanno ascoltato le relazioni delle forze dell'ordine locali, hanno riferito che stesse "dando scandalo"). Lo stesso Tortorella ha confermato dunque la tesi dell'infarto, in prima istanza, ma effettuando anche dei campioni di tessuto, per scoprire se esistono eventuali concause.

Mentre nelle foto sul corpo scattate dal personale da funzionari del "Ministerio del fuero comun", che hanno svolto le indagini, si evidenzia una lacerazione nei pressi del sopracciglio destro (l'effetto della caduta "a piombo" del corpo, dopo l'infarto? O cos'altro?), nel referto si evidenzia anche un "abbondante versamento di liquido subaracnoideo nella regione parietale sinistra", ovvero un sanguinamento che avviene attorno alla superficie di tutto il cervello (compresa quindi la base) a causa di una rottura di un vaso sanguigno (può essere provocato da un aneurisma).


Ma intanto, i misteri nella vicenda sono davvero tanti. La famiglia di Simone Renda ha anche inoltrato una denuncia per peculato: Simone aveva affittato un'auto per andare a Cancùn, dunque aveva una patente. Non è mai rientrata in patria. Aveva anche una carta American Express Oro, da usare dal momento che era rimasto senza contante liquido. Scomparsa anche quella. E c'è un'altra voragine temporale, in questa brutta storia, che come finisce (cella aperta cinque ore e mezza dopo l'orario effettivo stabilito per la scarcerazione), così comincia: Simone fu arrestato alle 14,05, ma l'ingresso in carcere avvenne alle 15,20. Cos'è successo in quell'ora e un quarto? C'è relazione fra questo lasso di tempo e la scomparsa dei documenti e degli effetti personali?

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